22 Maggio 2026

Abbiamo difeso la scelta e dimenticato le donne

Una sala d’attesa che sembrava uguale a tutte le altre: sedie di plastica grigia, una macchinetta del caffè sempre guasta e un televisore acceso senza audio. Marta ci entrò con passo rapido, quasi militare. Ventisette anni, un contratto da rinnovare ogni sei mesi, una madre pronta a dirle “te l’avevo detto”, un fidanzato che parlava solo per sottrarre: “non è il momento”, “non abbiamo spazio”, “non possiamo permettercelo”. Aveva già deciso tutto. O almeno così credeva.

La cosa che la colpì non fu il colloquio al consultorio. Fu l’assenza di qualunque altra domanda. Nessuno le chiese: “Hai paura?”. Nessuno le domandò se fosse sola, se avesse bisogno di aiuto economico, di qualcuno che tenesse il bambino mentre lavorava, di una casa temporanea, di un sostegno psicologico, perfino banalmente di una notte di sonno senza angoscia. Nessuno provò a capire se quella decisione fosse davvero libera o semplicemente la più veloce. Le spiegarono i tempi, i moduli, le procedure. Efficienti, corretti, gentili. Ma con quella strana freddezza moderna che scambia l’assenza di giudizio per presenza umana.

Marta uscì con un foglio in mano e una sensazione imprecisa: essere stata ascoltata solo nella metà più superficiale del suo problema. È qui che io non riesco a rassegnarmi alla legge 194 del 1978 di cui oggi celebriamo il triste anniversario. La legge è diventata una specie di totem intoccabile, abbiamo imparato a parlare dell’aborto quasi esclusivamente come di un diritto individuale da garantire in modo efficiente. E un diritto, da solo, non accompagna nessuno. Un diritto apre una porta. Ma poi? Chi resta accanto a quella donna mentre attraversa il corridoio della sua paura?

La domanda che manca sempre è scandalosamente semplice: e se molte donne non desiderassero abortire, ma soltanto smettere di sentirsi senza alternative? Ammettiamolo, c’è una forma di paternalismo moderno molto elegante, molto urbano, molto progressista, che consiste nel dire a una donna: “Tu sei libera di scegliere”, senza preoccuparsi minimamente delle condizioni reali in cui quella scelta avviene. È come invitare qualcuno a cena e lasciargli sul tavolo soltanto il menù. Si parla continuamente di autodeterminazione. Molto meno di solitudine. Eppure sono le solitudini, spesso, a decidere più dei principi.

Naturalmente esistono casi drammatici, dolorosi, complessi. Nessuna persona seria può ignorarlo. Ma proprio per questo sorprende la povertà emotiva del linguaggio pubblico. Chiunque osi proporre politiche più forti di sostegno alla maternità viene subito osservato con la diffidenza con cui si guarda un parente che a Natale tira fuori il karaoke dopo il dolce: “Ecco dove vuole andare a parare”. E invece aiutare una donna ad accogliere un figlio dovrebbe essere considerata la prima ambizione di una società civile, non una minaccia ideologica.

Io non riesco a rassegnarmi a questo, continuo a pensare che il compito più alto della politica non sia limitarsi a certificare le fragilità umane bensì provare, almeno qualche volta, a farsene carico. Marta, alla fine, quel figlio lo tenne. Non grazie a una legge, né contro una legge. Lo tenne perché una collega le offrì una stanza per sei mesi, perché un consultorio le trovò un lavoro part-time, perché sua madre — dopo tre giorni di silenzio teatrale degno di una protagonista di Pirandello — arrivò con due buste della spesa e disse soltanto: “Vediamo come fare”. È questo che manca più di tutto: qualcuno che dica “vediamo come fare”, invece di limitarsi a spiegare quali siano i tuoi diritti



Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.

Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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1 risposta su “Abbiamo difeso la scelta e dimenticato le donne”

Grazie per l’articolo chiaro in tutto. E’ strano dirlo ma queste parole andrebbero dette soprattutto (ma non solo) nelle parrocchie e nei gruppi dei giovani, oggi così influenzati e sviati da messaggi dis-umani. Almeno nelle parrocchie facciamolo.

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