A Roma, due minorenni a bordo di una minicar hanno aggredito passanti e ciclisti nei quartieri di Monteverde e Testaccio. Tra le vittime c’è l’attore Davide Iacopini, ricoverato in terapia intensiva dopo aver riportato un grave trauma cranico e aver subito due interventi neurochirurgici. Una vita ferita, una famiglia sospesa nell’angoscia, un uomo che deve ancora poter tornare alla propria quotidianità. Davanti a conseguenze simili, parlare di uno scherzo può sembrare un insulto. Eppure è proprio qui che bisogna fermarsi a riflettere: che cosa deve accadere nella mente di due ragazzi perché la paura inflitta a uno sconosciuto diventi un divertimento, perché il corpo di un altro essere umano smetta di essere percepito come qualcosa da rispettare e si trasformi nell’oggetto di una bravata?
La madre di uno dei ragazzi coinvolti nelle aggressioni ha dichiarato su Repubblica: «I nostri figli crescono dentro una società, non soltanto dentro una famiglia. E tutti dovremmo interrogarci sul mondo che stiamo consegnando loro». Ha ragione. Non perché la famiglia sia esente da responsabilità, né perché basti evocare una società malata per spiegare la violenza di due ragazzi, ma perché sarebbe troppo comodo chiudere una vicenda tanto grave sulla porta di casa dei genitori, come se tutto ciò che accade fuori non avesse alcuna parte nella formazione di un adolescente.
Questa madre racconta che suo figlio e l’amico volevano soltanto spaventare i passanti, senza rendersi conto della gravità di ciò che stavano facendo. La percezione del male è una questione che chiama in causa tutti. I ragazzi, i nostri figli crescono in un mondo nel quale il confine tra il bene e il male si fa sempre più labile, un mondo nel quale la libertà viene spesso raccontata come assenza di vincoli e il desiderio personale sembra sufficiente a giustificare qualsiasi comportamento. In questo modo diventa difficile percepire nell’altro qualcuno che possiede una dignità inviolabile. Se non si comprende che la propria libertà incontra quella altrui e che ogni azione comporta conseguenze, non sarà sufficiente consegnargli un telefono meno potente o imporgli un divieto in più. La questione è educativa, prima ancora che tecnologica, e riguarda il modo in cui una comunità intera presenta ai suoi figli il valore della vita, della responsabilità e della convivenza.
Questo non significa assolvere i genitori, ma neppure condannarli automaticamente ogni volta che un figlio sbaglia. La madre del sedicenne racconta di alzarsi alle cinque per andare a lavorare, di aver cercato di essere presente, di averlo rimproverato quando necessario. Ma non è bastato. Una madre può cercare di fare al meglio il suo compito ma tutto il resto?
Non possiamo pretendere che la famiglia educhi da sola mentre la società contraddice quotidianamente ciò che essa prova a insegnare. Non possiamo chiedere ai genitori di trasmettere il rispetto quando il linguaggio pubblico premia l’aggressività, di insegnare il senso del limite quando ogni limite viene presentato come un ostacolo da abbattere, di educare alla responsabilità quando siamo diventati abilissimi nel trovare sempre qualcuno o qualcosa a cui attribuire la colpa dei nostri comportamenti. La famiglia resta il primo luogo nel quale un bambino impara a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, ma non è un recinto impermeabile: ciò che si costruisce in casa viene continuamente confermato o smentito dalla scuola, dai mezzi di comunicazione, dai modelli proposti dagli adulti e dalle relazioni che riempiono le giornate dei ragazzi.
Siamo tutti parte in causa, chiamati a fare un patto educativo. Ai nostri ragazzi non dobbiamo consegnare un mondo senza difficoltà, impresa impossibile, ma un mondo nel quale il bene e il male siano ancora riconoscibili, nel quale la libertà non sia separata dalla responsabilità e nel quale la fragilità dell’altro non diventi mai un’occasione di divertimento. È un compito che comincia nelle nostre case, ma che non può finire sulla soglia di casa.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).



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