20 Ottobre 2026

Se mio figlio fosse tra quei ragazzi che hanno distrutto tutto…

Le immagini arrivate da Milano e Torino, nei giorni delle manifestazioni contro il caro vita, sono devastanti. Ragazzi giovanissimi che corrono, spaccano vetrine, si impadroniscono della merce, rovesciano oggetti, si accaniscono contro le forze dell’ordine. A Milano, in via Torino, alcuni hanno preso di mira il negozio sportivo Foot Locker, colpendo le vetrine e tentando di sottrarre la merce, mentre altri hanno assaltato un supermercato Carrefour. A Torino, un gruppo di giovani ha fatto irruzione nella libreria Feltrinelli della stazione di Porta Nuova, scaraventando i libri a terra.

Confesso che, guardando quelle immagini, mi è venuta una domanda che forse ogni madre dovrebbe avere il coraggio di porsi: se mio figlio fosse lì, in mezzo a quel gruppo, se lo riconoscessi mentre prende a calci una vetrina o butta per terra i libri di una libreria, che cosa proverei? Non penso che riuscirei a cavarmela con una scrollata di spalle, attribuendo tutto alla rabbia giovanile, alle cattive compagnie o a una società che non offre abbastanza opportunità. Mi sentirei in grande difficoltà, certamente, ma soprattutto mi chiederei dove abbiamo mancato, che cosa non siamo riusciti a trasmettere, quale idea della libertà e del rispetto abbiamo lasciato crescere in casa nostra.

Sia chiaro: il caro vita esiste, le bollette pesano, i carburanti costano, gli stipendi possono non bastare e le difficoltà delle famiglie, soprattutto di quelle più fragili, non si liquidano con una predica. I giovani hanno diritto di chiedere un futuro meno incerto, di protestare contro le ingiustizie, di pretendere ascolto dalla politica. Sarebbe un errore ignorare il disagio che attraversa una parte delle nuove generazioni, come sarebbe ingiusto confondere chi manifesta pacificamente con chi sceglie la violenza ma proprio perché le ragioni di una protesta possono essere serie, è necessario domandarsi che cosa resti di quelle ragioni quando si comincia a distruggere. Il paradosso è persino troppo evidente: si scende in strada per denunciare il costo della vita e si finisce per danneggiare chi quella vita cerca di sostenerla attraverso il proprio lavoro.

C’è poi un particolare inquietante che continua a tornare e che dovrebbe preoccuparci più delle vetrine infrante: l’età di molti protagonisti. Adolescenti, ragazzi che hanno appena cominciato a conoscere il mondo, che dovrebbero imparare a misurarsi con le difficoltà, a dare un nome alla propria rabbia, a scoprire che la libertà non consiste nel fare quello che si vuole, ma nel saper rispondere di quello che si fa. Invece li vediamo dentro scene di violenza che sembrano appartenere a un mondo adulto degradato, come se avessero imparato molto presto a esercitare la forza e molto poco a riconoscere il limite.

Qui entra in gioco la famiglia, senza trasformarla nel capro espiatorio di ogni male sociale. Non tutti i genitori sono responsabili delle scelte dei figli e non ogni adolescente che commette un reato è cresciuto in una famiglia assente. Sarebbe ingiusto e semplicistico affermarlo. Ma sarebbe altrettanto sbagliato considerare la responsabilità educativa dei genitori una questione privata, senza alcuna ricaduta sulla vita della comunità. Educare significa anche insegnare che gli atti hanno conseguenze, che il bene comune non è una parola vuota e che il dolore provocato agli altri non scompare perché chi lo ha causato è giovane.

Per questo, quando si accertano responsabilità individuali, servono misure adeguate e conseguenze proporzionate alla gravità dei fatti, nel rispetto delle garanzie previste dalla legge e delle specifiche regole della giustizia minorile. La minore età deve essere considerata, ma non può trasformarsi in una garanzia di impunità. Anche sul piano economico bisogna essere chiari. Se un minorenne danneggia un negozio, il danno non può essere semplicemente assorbito da chi lo subisce. Non significa che ogni famiglia debba pagare automaticamente qualsiasi danno commesso da un figlio, senza accertamenti, ma significa che non si può escludere a priori il coinvolgimento dei genitori.

Naturalmente, la repressione da sola non educa. Servono scuole capaci di trasmettere il senso del limite, istituzioni che non si limitino a intervenire quando la situazione è ormai degenerata, luoghi in cui i ragazzi possano trovare adulti credibili e occasioni per assumersi responsabilità vere. Ma non possiamo nemmeno cadere nell’estremo opposto, quello per cui ogni comportamento violento sarebbe soltanto il sintomo di un disagio da comprendere. Il disagio merita ascolto, la violenza richiede una risposta. Le due cose possono e devono stare insieme. Comprendere perché un ragazzo abbia sbagliato non significa dichiarare irrilevante il suo errore; al contrario, significa provare a impedire che lo ripeta.

Forse è proprio questo il punto che ci riguarda tutti. Non possiamo chiedere ai giovani di rispettare una società che noi adulti stessi contribuiamo a rendere ingiusta, indifferente o incapace di offrire prospettive. Se mio figlio fosse tra quei ragazzi, vorrei certamente capire che cosa lo ha portato fin lì. Vorrei ascoltarlo, conoscere le sue ragioni, provare a raggiungere quella parte di lui che forse non riesce a esprimere diversamente la propria rabbia. Ma vorrei anche avere la forza di dirgli che ha sbagliato, senza cercare attenuanti per proteggere la mia immagine di madre. Gli chiederei di guardare in faccia le persone che ha ferito, di comprendere il danno provocato, di assumersene la responsabilità. Non lo amerei meno per questo. Forse lo amerei nel modo più difficile, quello che non confonde la vicinanza con la complicità.



Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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