Giornalismo

Esiste davvero un giornalismo senza opinione?

giornale

di Michela Giordano, giornalista

Raccontare i fatti senza lasciar emergere il proprio punto di vista? No grazie, non è per me. Come giornalista ho sempre scritto tenendo ben presente che il giornalismo non è un mondo asettico o un lavoro ben pagato. Noi parliamo di persone e quando è così bisogna stare attenti ed essere onesti.

Ho sempre sentito raccomandare ai giovani giornalisti di attenersi ai fatti, nel raccontare una storia, non cedendo alle convinzioni personali, con una sola parola d’ordine: obiettività.  Quando ho cominciato, tanti anni fa, mi pareva una cosa facile, addirittura elementare. Poi sono cresciuta, fortificata nell’orientamento culturale, caratteriale e nelle convinzioni personali. Credo di aver scritto i miei pezzi migliori quando ho messo da parte la terzietà asettica e ho cominciato a dipanare la matassa dei racconti filtrandone i fili con le mie emozioni. È un tema delicato. Non intendo dire che ho mistificato i fatti, ma che li ho trasmessi sulla base della mia sensibilità. Non è che sia difficile: riempire una pagina vuota, scegliere i temi da snocciolare, la selezione stessa delle parole da utilizzare per inanellare una frase di senso compiuto è, come prima cosa, una scelta personale.  Altrimenti i pezzi sarebbero tutti uguali.  

La medesima vicenda, che ne so, un omicidio, può essere rendicontata come un accattivante noir, con un’ampia descrizione dei particolari più truci, oppure come un delicato romanzo familiare, con maggiore spazio ai contraccolpi emotivi delle persone coinvolte. Tutto della vita di chi racconta, contamina il modo di raccontare e, secondo me, è anche l’unica strada per stabilire un contatto con il lettore poiché certo non si valichi la linea della mistificazione. Mi fanno sorridere quelli che invocano un giornalismo senza opinioni che ridurrebbe, a mio parere, il cronista ad essere una sorta di “copia e incollalista” di verbali e comunicati stampa dentro i fatti solo se ci immergi le mani. La verità è che consideriamo prezzolati quelli che la pensano diversamente da noi. Fateci caso, se il racconto è orientato contro un avversario, allora quel racconto è obiettivo e il suo autore è libero.  In realtà, é pur sempre filtrato da una posizione in terza, solo che, almeno nel giornalismo, essere contro è ritenuto eticamente superiore rispetto all’essere a favore. Un segnale di libertà, quando è solo un’altra faccia dell’opinione.  

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Rifletto su questo perché più maturo (faccio fatica a dire invecchio) e più mi accorgo che non riesco a stare un passo indietro rispetto a ciò che devo o voglio raccontare. Gli argomenti che preferisco sono quelli che mi lasciano un po’ di spazio di manovra, arrivando finanche alla provocazione urticante, quella che spinge il lettore a scrivere una mail di protesta al direttore. Una volta, da cronista, ho seguito un processo con una vasta eco nell’opinione pubblica. Una delle testate per le quali lavoravo era labilmente sullo sfondo di quei fatti, una sfumatura. Alcuni obiettivi colleghi, passavano tutti i giorni, in motorino, sbracati sotto la nostra redazione e, con obiettiva e gratuita cattiveria, imitavano il segno delle manette, poi dalle loro cattedre, discettavano di giornalismo terzo e di libertà. Rispetto alla sorte degli imputati, spulciavano fra gli atti e seguivano le udienze con la bava alla bocca e, quando il processo si orientò lentamente verso la soluzione, li sentii commentare, sbiancati in volto, loro giornalisti liberi, “e ora come facciamo?”. 

Della sorte di quegli imputati mi interessava relativamente poco. Certamente meno di quanto interessasse a quegli obiettivi colleghi; la mia vita sarebbe rimasta sempre la stessa, ma loro erano considerati i giornalisti liberi, se pure apertamente “contro”. Non credo fossero in mala fede, ma veramente convinti che il male fosse tutto dall’altra parte. Mi hanno insegnato tanto professionalmente. Ho imparato che la coscienza esiste è che sentirla leggera non è un modo di dire. Di errori professionali, ne ho commessi tanti, ma, anch’io, mai in malafede o dietro l’inseguimento di prebende economiche o di uffici stampa ben pagati. Per questo ho sempre dormito sonni tranquilli. Allora, come oggi. Anzi no, qualche volta penso che avrei dovuto essere più disponibile e sfruttare meglio certe convergenze storiche della mia vita personale, magari oggi avrei qualche ufficio stampa ben pagato, ma questo capita solo ai giornalisti asettici e obiettivi e io non lo sono mai stata.




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