LUTTO PERINATALE

Pensavo: “Partorire questo figlio morto mi devasterà”, invece è avvenuto un miracolo

Oggi, 2 novembre, giorno della Commemorazione dei defunti, diamo spazio ad una storia per mostrare vicinanza a tutte le donne che hanno partorito un figlio morto. Si sottovaluta ancora il lutto perinatale; persino le aziende ospedaliere sembrano ignorarne la carica di dolore, lasciando sole le mamme… Tuttavia, cercheremo di portare speranza con questo racconto di Resurrezione.

Qualche settimana fa abbiamo invitato a cena degli amici di famiglia. Il giorno prima di quando ci saremmo dovuti incontrare, la mia amica – che ha un allevamento di cani  –  mi chiama per dirmi che forse non riusciranno più a venire tutti (lei, il compagno, la figlia), perché è previsto il parto di una cagnolina e non può restare sola dal taglio cesareo fino ai primi due giorni dalla nascita dei cuccioli.

Questo episodio mi è tornato in mente, non senza un po’ di rabbia, lo scorso venerdì 27 ottobre, quando, dopo aver scoperto a quasi 15 settimane di gravidanza che avevo subito il mio terzo aborto spontaneo consecutivo, le infermiere mi hanno fatto accedere in reparto per partorire il mio bambino morto senza mio marito e nessun altro al mio seguito

Erano passate le 8 di mattina, quando la porta si è chiusa dietro di me e mi sono ritrovata sola in una stanza vuota, affianco alle camere di tante neomamme, gioiose e sfiancate, con i loro piccoli appena nati. Loro con la vita negli occhi, io con la morte nel cuore.

Mi sono seduta nel letto, senza poter confidare a nessuno come mi sentissi (il personale non ha certo tempo e modo di starti vicino, con tutto il lavoro che c’è da fare in reparto).

Davanti a me c’era lo stesso fasciatoio in cui, sei anni prima, avevo cambiato il mio primo bimbo appena nato.

“Volevo tornare in questo reparto con un bimbo vivo”, ho pensato, con un nodo in gola, per poi iniziare a piangere. 

Avevo tranquillizzato tutti, amici e famigliari, che ero serena: Dio era con me. Mi sentivo realmente sorretta dalla fede, ma questo non annullava il mio lutto.

Mi sono detta che non dovevo pretendere di stare bene in quel momento. Anche Maria era sorretta da una fede ben più grande della mia, eppure aveva pianto, sotto alla croce. Era normale.

Ciò che non era normale, invece, era che le altre mamme potevano avere assistenza, morale e materiale. Io no. Loro, che stavano partorendo un figlio vivo o avevano appena partorito, potevano avere qualcuno che le aiutasse. Nel mio caso questo non era previsto. Per colpa di chi? Delle regole anti-covid.

“Mi scusi… ma mio marito non può stare proprio mai?”: ho chiesto stremata, verso le quattordici, al secondo ciclo di pillole che dovevano favorire l’espulsione del feto – Non c’è un orario per le visite?”

In altre circostanze è permesso, sì. – mi è stato risposto – I mariti possono stare dall’una di pomeriggio alle diciannove… Nei casi come il tuo, per le regole anti-covid, purtroppo non è previsto…”.

Certo: io non avevo un bimbo da accudire. E il fatto che ci sia un accompagno, in quei casi (la vogliamo dire tutta?) allevia molto il personale… 

Io non ero di peso a nessuno, su quel letto, invece. 

Non dovevano farmi nulla. 

Potevo pure stare sola con il mio lutto e delle pillole che mi squarciavano il ventre. 

“Voi non sapete cosa sia l’umanità. – ho detto senza pensarci due volte, mentre mi contorcevo per i crampi causati dalle pillole – Neanche i cani si lascerebbero soli in un momento simile. Avete idea di cosa possa voler dire per una donna, fisicamente ed emotivamente, partorire un figlio morto?”.

Intanto ripensavo alla mia amica allevatrice, che aveva disdetto la cena per assistere la cagnolina.

“Mi dispiace, sono le regole – ha detto l’infermiera, seriamente dispiaciuta – Io sono d’accordo con te…”.

“Questo figlio morto non è solo mio. I figli si fanno in due… è giusto che lo viviamo insieme questo momento io e il padre del bambino, non trovate? Come al solito, le persone sono per le regole e non le regole per le persone. Che vergogna!”, sono esplosa. 

A quel punto, l’infermiera, mossa da compassione, mi ha detto: “Provo a chiedere se si può fare un’eccezione…”. 

La caposala ha acconsentito e ha mandato mio marito a fare un tampone anti-covid a sue spese; poi gli è stato permesso di entrare. È stato con me durante l’espulsione e mi è rimasto accanto finché non sono andata in sala operatoria per la seconda fase del processo, il raschiamento della placenta. 

Oggi, che sono ancora segnata dal dolore ma sono tornata in me, ringrazio l’ospedale perché ha guardato il mio stato emotivo e lo ha messo prima delle regole. Non ha pensato ai protocolli, ma al mio cuore lancinante.

Leggi anche: Lutto perinatale: un dolore poco riconosciuto nella nostra società (puntofamiglia.net)

Il mio pensiero, però, corre ora a tutte quelle mamme orfane dei propri figli che l’eccezione non la ricevono. Ed è questo il dramma: il lutto perinatale è così sottovalutato che per avere un marito, una mamma, una sorella accanto devi sgolarti e minacciare di farli finire sui giornali. Quando dovrebbe essere scontato, ovvio come il sole che sorge ogni mattina. 

A chi fa le regole del nostro sistema sanitario voglio chiedere di pensare alle persone prima di tutto e di informarsi meglio su cosa significhi espellere un feto morto quando tutto, nel tuo corpo di madre, chiama vita.

A nota di questo frangente doloroso, è doveroso però raccontare un’esperienza di luce che ho vissuto, proprio grazie all’eccezione che ha permesso a mio marito di stare con me: la sua presenza è stata anche la mia salvezza da punto di vista spirituale. Perché è stato lui, vedendomi soffrire tanto, a chiedermi se volessi farmi portare la comunione in stanza dal cappellano. Io ho acconsentito e subito dopo aver accolto Gesù in me tutto è cambiato. Mi è proprio cambiato lo sguardo! 

Temevo quel parto ingiusto con tutta me stessa, ma poi, quando è successo (esattamente due minuti dopo aver ricevuto l’Eucaristia!), non ho visto la morte, ho visto solo un figlio. Non avevo più rimpianti, ma solo gratitudine per averlo avuto con me.

È stato un miracolo vedere la resurrezione prima di quanto avrei immaginato… ero certa che ci sarebbe stata, ma magari nei giorni o mesi successivi. Invece l’ho vista nel preciso momento in cui il figlio “è nato”. Certo, è nato morto, ma in quel momento ho capito che gli avevo dato l’esistenza… non la morte!

Ho vissuto una grazia che non dimenticherò mai… è entrata in me una pace profonda, che mi ha fatto compagnia fino alla mattina successiva. I rimpianti sono scomparsi, la voglia di vivere è tornata, e finalmente avevo di nuovo la certezza nella vita eterna. 

Mi sono sentita come Marta alla morte di Lazzaro: “Signore, se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto”.

Mio figlio poteva non morire. Gesù è vita. Poteva toccarlo e fare il miracolo. Prendevo la comunione ogni giorno. Lui è la vita! Poteva toccarlo e impedire che morisse.

Eppure, mi sono fidata e ho detto come Marta: “Però so che anche ora qualunque cosa chiederai al Padre te la concederà”. 

“Ora sei qui, Signore – gli ho detto mentre la comunione scendeva dentro di me – adesso sì, posso affrontare tutto…” 

E Gesù ha dato la resurrezione anche a noi, subito. Come ha fatto con Lazzaro. Non lo ha rianimato, mio figlio …ma ci ha dato occhi risorti!

E tutto questo è avvenuto perché mio marito, più lucido in quel momento, ha pensato all’unica cosa di cui avessi davvero bisogno. 

Lasciateli stare con noi, questi uomini, sono fondamentali in certi momenti. Come Giuseppe lo è stato per Maria. A loro Dio affida il grande compito di custodire madre e bambino e ora so che vale anche quando il bambino è già volato in cielo.

Magari non avete fede e allora non fatelo pensando a Maria Giuseppe, bensì alla civiltà che dovremmo aver conquistato nel 2023.

Dimostrate che l’ospedale non rimette in sesto macchine, ma cura persone, fatte di carne e ossa, certo, ma anche di anima e psiche. 

Non pensate sia il caso di ripartire da qui… a tre anni e mezzo passati dall’arrivo del covid?




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Cecilia Galatolo

Cecilia Galatolo, nata ad Ancona il 17 aprile 1992, è sposata e madre di due bambini. Collabora con l'editore Mimep Docete. È autrice di vari libri, tra cui "Sei nato originale non vivere da fotocopia" (dedicato al Beato Carlo Acutis). In particolare, si occupa di raccontare attraverso dei romanzi le storie dei santi. L'ultimo è "Amando scoprirai la tua strada", in cui emerge la storia della futura beata Sandra Sabattini. Ricercatrice per il gruppo di ricerca internazionale Family and Media, collabora anche con il settimanale della Diocesi di Jesi, col portale Korazym e Radio Giovani Arcobaleno. Attualmente cura per Punto Famiglia una rubrica sulla sessualità innestata nella vocazione cristiana del matrimonio.

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