10 Gennaio 2026

Quando la fragilità diventa un criterio legale per morire

Oggi, nel dibattito pubblico sul suicidio assistito, ci troviamo davanti a un paradosso inquietante: giustifichiamo l’inclusione di paletti come “malattie terminali con aspettativa di vita inferiore a sei mesi” come se questo bastasse a rendere innocua una legge che di fatto autorizza lo Stato a legittimare la fine di vite umane. Ma la storia di persone come Ailidh Musgrave smonta questa narrativa dalle fondamenta.

Ailidh ha ricevuto la diagnosi di anoressia nervosa a soli 13 anni e ha passato quasi tutta l’adolescenza e l’inizio dell’età adulta in un ciclo di ricoveri ospedalieri, terapie intensive e prognosi quasi sempre infauste. Per anni è stata considerata una delle condizioni mediche e psichiatriche più pericolose per la vita — e con ragione — ma non perché fosse “irreversibilmente destinata a soffrire”, quanto perché la sua sofferenza non era compresa, non veniva trattata globalmente, e spesso veniva banalizzata come “scelta” o semplice rifiuto di mangiare. Dopo anni di lotta interminabile, ora a 28 anni è in via di recupero da oltre due anni, con progetti di vita, relazioni e un futuro davanti a sé — qualcosa che nessuno, durante i momenti più bui della sua malattia, avrebbe potuto prevedere.

Storie come la sua ci ricordano che la guarigione da condizioni gravi e complesse è possibile. Nel Regno Unito il Terminally Ill Adults (End of Life) Bill, il disegno di legge sul suicidio assistito, non è ancora legge, ma ha superato con maggioranza la Camera dei Comuni e ora è in discussione nella Camera dei Lord. Se verrà approvato nella sua forma attuale, consentirà a persone con prognosi di pochi mesi di vita di ottenere un farmaco letale da auto-somministrarsi dopo l’approvazione di medici e di un pannello di controllo. Secondo Ailidh: “La proposta di legge sul suicidio assistito [nel Regno Unito] mi spaventa perché so che se sei anni fa ci fosse stato un quadro giuridico, avrei potuto e avrei voluto farvi ricorso per porre fine alla mia vita. Sono così grata di essere viva, di poter dire di aver superato l’anoressia”.

In apparenza, questo è un disegno di legge “ben protetto da paletti”. Ma la realtà, osservata da vicino, è molto più complessa e pericolosa. Per chi ha sofferto anni dentro l’incubo di una malattia mentale o di un disturbo alimentare, la sofferenza non è un tempo breve da contare in mesi: è un vortice che può durare anni, destabilizzare l’identità, convincere di essere un peso, di non meritare la vita, di essere un fallimento. È in questi momenti — proprio quando l’esperienza soggettiva del dolore schiaccia la capacità di vedere orizzonti diversi — che una legislazione che dice “sì, puoi scegliere di morire” rischia di trasformarsi da opzione di sollievo medico a cavallo di Troia che normalizza il dare la morte a chi è disperato e vulnerabile.

L’idea che un criterio come “sei terminale e hai meno di sei mesi” possa proteggere i fragili presuppone che la vulnerabilità sia sempre chiara e confinata: ma non è così. Le diagnosi possono essere errate, le prognosi cambiare, la percezione di sofferenza mutare radicalmente proprio negli ultimi mesi di vita. Inoltre, mentre i sostenitori della legge insistono sui controlli medici e psicologici, sappiamo dalle testimonianze dirette — incluse voci critiche nel dibattito britannico — che la pressione sociale, familiare o economica può agire sotto la superficie di qualsiasi procedura formale.

La mentalità eutanasica, già radicata in paesi con normative analoghe, mostra come i confini di queste leggi tendono a espandersi con il tempo, fino a includere condizioni psichiatriche, sofferenze non terminali o misure che, sotto veste di “compassione”, perdono di vista la tutela delle vite più fragili. Si può essere compatiti senza però legittimare il diritto alla morte come risposta alla sofferenza psichica o alla perdita di speranza temporanea. È una differenza sottile, ma fondamentale. Una legge che apre una porta del genere non si chiude facilmente — e rischia di definire un nuovo paradigma culturale in cui la vulnerabilità è vista non più come una chiamata alla cura ma come una condizione che giustificherebbe l’uscita dal mondo.

La storia di Ailidh è la prova vivente che la sofferenza estrema non è necessariamente irreversibile. Legislazioni come quella in discussione in Gran Bretagna non possono basarsi su semplificazioni; devono, soprattutto, interrogarsi su come tutelare veramente chi è fragile, anziché offrire un’uscita che sembra liberazione ma può facilmente diventare una capitolazione. La vera compassione non è quella che si arrende alla sofferenza; è quella che investe tempo, risorse e relazione per dire: resta, perché la tua esistenza ha valore anche quando fa male vivere. Spero che questo in Italia si possa comprendere e che non si arrivi né ad una legge regionale né nazionale sul suicidio assistito. Ailidh ci ha offerto una luce con la sua vita. Non sprechiamola.



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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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