Genitori “orfani” dei figli: quando il dolore per il lutto incontra il Cielo

di Fabrizia Perrachon

Ci sono viaggi che si fanno con la valigia e poi ci sono quelli che si fanno con il cuore. Dal 4 all’8 marzo scorso, un gruppo di genitori ha intrapreso un pellegrinaggio specifico, forte, profondissimo verso Medjugorje, organizzato dall’associazione “Il tempo di Maria”. Non era un viaggio come gli altri. Non era turismo religioso. Non era neppure semplicemente un ritiro spirituale. Era un cammino fatto da madri e padri che portano nel cuore una ferita immensa: quella di avere un figlio già in Cielo. 

Molti sono partiti con il volto segnato dal dolore, con domande senza risposta, con quel silenzio pesante che spesso accompagna il lutto. Sono tornati con occhi diversi, con il volto diverso e – sicuramente – anche con il cuore diverso. Non perché il dolore sia scomparso, ma perché qualcosa dentro di loro ha iniziato a guarire. A Medjugorje succede spesso così: il Cielo non cancella le ferite, ma le accarezza.

La nostra società sembra non sapere più parlare della morte, e perfino nei necrologi la parola “morto” è quasi scomparsa: si leggono formule come “è mancato all’affetto dei suoi cari”, “ci ha lasciati”, “si è spento”. Espressioni delicate, certo, ma che spesso nascondono anche una difficoltà più profonda: quella di guardare in faccia la realtà della morte. Come se nominarla fosse troppo duro. Come se la morte fosse solo una sconfitta. Eppure, per un cristiano, non è così.

La fede non cancella il dolore – nessun genitore smette di piangere un figlio – tuttavia cambia radicalmente il significato della morte: non è l’ultima parola, non è la fine della storia, soprattutto della storia d’amore che ci lega ai nostri cari. La morte è una porta. In quei giorni a Medjugorje molti genitori hanno potuto finalmente parlare. Raccontare. Piangere. Pronunciare ad alta voce il nome del proprio figlio. Dire ciò che spesso non si riesce a dire altrove. Perché il lutto, quando resta chiuso dentro, diventa un peso quasi insopportabile. Quando invece viene condiviso, alla luce della fede, diventa un cammino.

Io c’ero, invitata a portare la nostra (mia e di mio marito) piccola ma vera testimonianza di genitori tra Cielo e terra, come amiamo definirci. Ho visto, ho sentito, soprattutto ho pregato. Lì sta la differenza: nell’aprirsi e consegnare tutto a Dio! Non un Dio distante ma un Dio-Padre a cui è morto un Figlio, e in quel modo terribile! La cosa più forte che si percepisce in un pellegrinaggio così è la certezza che quei figli, i nostri figli, non sono perduti. Sono vivi, vivi in Dio

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Il Vangelo lo dice con una promessa che attraversa i secoli e raggiunge ogni cuore ferito. Nel capitolo 14 del Vangelo di Giovanni, Gesù consola i suoi discepoli con parole che sembrano scritte proprio per chi vive un lutto: «Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via».

Questa promessa non è poesia, ma il cuore della fede cristiana. Per quei genitori, per noi genitori, ascoltare e meditare queste parole a Medjugorje ha avuto un sapore particolare, l’aroma della speranza cristiana che permette di credere, senza più dubbi, che il proprio figlio non è dissolto nel nulla, ma è entrato nella Casa del Padre. E che un giorno ci sarà un incontro, ci sarà l’incontro, il nostro incontro.

Chi ha partecipato al ritiro lo ha vissuto con semplicità: qualcosa cambia nei volti. 

All’inizio si incontrano sguardi stanchi, segnati da settimane, mesi o anni di lacrime; versate, sconsolate ma anche trattenute o nascoste. Poi, giorno dopo giorno, succede qualcosa di grandioso: le persone iniziano a parlarsi, a pregare insieme, a condividere il peso del proprio dolore. Si scopre di non essere soli, si scopre che qualcun altro capisce davvero quella ferita, che qualcuno sa cosa significhi preparare una stanza che resterà vuota, che qualcuno sa cosa significa vivere con una sedia mancante a tavola. E proprio lì, in quella condivisione, nasce una fraternità inattesa. Le lacrime non spariscono ma diventano diverse, diventano lacrime che aprono alla speranza e al fatto che, nonostante la morte di un figlio, possiamo ancora sorridere ed essere felici.

Non solo perché si riscopre il volto paterno di Dio, ma perché si vive della presenza di Maria come una Madre che comprende il dolore, perché lei stessa ha conosciuto il dolore più grande: vedere il proprio Figlio morire sulla croce

Per questo, tante madri e tanti padri trovano conforto nel consegnare a Lei la propria ferita. Così nel cuore, piano piano, una pace nuova: non quella di chi dimentica, ma quella di chi affida.

Il ritorno a casa, alla fine del ritiro, non è una conclusione quanto piuttosto un inizio, il nuovo inizio di una vita non “senza nostro figlio” ma “con nostro figlio in Cielo“. Non è una frase rigirata ma l’esistenza cambiata, che non vede più solo la metà buia di un mondo che non ha strumenti per affrontare questo lutto ma la metà del Cielo, quella che vede la pienezza, la continuazione del legame, la genitorialità piena “tra quaggiù e Lassù”. Perché il dono più grande di quei giorni è stato proprio questo: tornare alla vita con un cuore meno schiacciato dal dolore e più aperto alla promessa di Dio.




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