I GIOVANI E IL PAPA
Le domande difficili dei giovani, le risposte vere del Papa
Immagine derivata da: Edgar Beltrán, The Pillar, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons
Riportiamo le domande, che sono state al tempo stesso testimonianze, rivolte da tre giovani a Papa Leone XIV, lo scorso 9 giugno, presso lo Stadio Olimpico “Lluís Companys”. Lì il Pontefice è stato accolto da circa 40mila persone sugli spalti, che hanno fatto sentire la loro voce al grido di “Viva il Papa” e “Questa è la gioventù del Papa”. Il Papa ha risposto in modo mirato e puntuale ad ogni loro richiesta, spiegando che la sofferenza non va “spiritualizzata” ma accompagnata e che il Vangelo può generare persino “frustrazione”, se non lo prendiamo come un cammino destinato a durare tutta la vita.
“Santo Padre, cresciamo sentendoci dire che l’unico obiettivo nella vita è produrre, avere successo e curare la nostra immagine. Io stesso ci ho provato, ma ho trovato solo un vuoto immenso. Cercando risposte, la mia vita ha avuto una svolta, e in questa Pasqua ho ricevuto il Battesimo. Ora che mi trovo in questo nuovo cammino, Le chiedo: come possiamo tenere lo sguardo rivolto verso ciò che conta davvero, quando la società ci spinge a guardare costantemente verso il basso o solo a noi stessi? Come possiamo scoprire la nostra vera vocazione dentro questa corrente?”
“Grazie per questa testimonianza. –ha risposto il Santo Padre – Vorrei innanzitutto condividere la tua gioia e quella di tutti coloro che, durante la Pasqua di quest’anno, hanno ricevuto il sacramento del Battesimo. Numerosi giovani e adulti stanno riscoprendo la fede cristiana, magari dopo un periodo della vita in cui si erano un po’ allontanati da Dio. Si tratta di un passo davvero importante”. Il Pontefice ha poi riflettuto su quel “bisogno di un’altra acqua per dissetarci più profondamente”, perché il “nostro desiderio di verità e di felicità ha bisogno di un orizzonte più ampio”. Per il Papa l’inquietudine che avvertiamo è essa stessa “un dono” che “Dio stesso ci ha dato”. Siamo, d’altronde “fatti su misura per l’infinito” e per questo “ogni orizzonte finito, ogni passo, ogni conquista, pur soddisfacendoci, allo stesso tempo ci spinge avanti e ci invita a continuare a cercare, a cercare avanzando, ma, soprattutto, a cercare «scendendo interiormente», cioè andando in profondità”.
Il Papa ha allora denunciato “l’idolatria del profitto e del rendimento, la frenesia di dover sempre produrre ed essere vincitori, così come il culto della propria immagine”, definendo tutte queste cose “anestetici per addormentare la nostra coscienza e adattarla a una certa idea di società”. Eppure, spiega ancora Papa Prevost, “Quando le persone imparano a fermarsi, a dare valore alle cose importanti, ad apprezzare il tempo in modo nuovo e a riflettere sulla propria vita lasciandosi illuminare dal Vangelo, sviluppano anche un pensiero critico nei confronti di un sistema sociale che non pone la persona al centro e provoca situazioni di ingiustizia e di povertà esistenziali a diversi livelli”. Rivolgendosi ancora all’autore della domanda, ha continuato il Pontefice: “Tu e tanti altri avete scoperto il valore di una vita più umana, più piena, aperta all’incontro con Dio e alla gioia della fede. Ciò significa che, nonostante le difficoltà, il luogo in cui Dio si fa presente e dove dobbiamo trovare le sue tracce è sempre la realtà in cui ci troviamo”. Infine “crediamo che lo Spirito Santo agisca e operi silenziosamente in tutte le situazioni della vita e della storia, anche in quelle che sembrano più difficili. Ma dobbiamo coltivare questa inquietudine e farle spazio”
“Santo Padre, in un mondo dove le cose si gridano, ci sono aspetti della vita che rimangono nascosti, per vergogna, come la depressione, una malattia silenziosa che colpisce molte persone, giovani e adulti, e che porta con sé oscurità, isolamento e un dolore immenso. A volte questo dolore è così opprimente che l’idea di scomparire sembra l’unica via d’uscita. Io stessa ho lottato per uscire da questa malattia, in silenzio per anni, e un venerdì sera ho perso la battaglia e ho tentato di togliermi la vita. Sono qui perché Dio mi ha dato una seconda possibilità, e gli sarò eternamente grata; ma ci sono molti altri che continuano ad affrontare questa oscurità. Per questo, Le chiedo con tutto il cuore: dove possiamo vedere Dio quando l’oscurità è totale e non ce la facciamo più? Come possiamo avere fiducia in Dio, quando sembra che per nulla, nemmeno per noi stessi, ne valga la pena?”
Il Papa, di fronte a questa confessione sincera e dolorosa, ha avvertito, anzitutto, il bisogno di ringraziare la giovane che l’aveva offerta: “Prima di tutto, grazie per aver condiviso oggi la tua esperienza di sofferenza. Mi commuove che tu riesca a parlarne, che tu sia qui tra noi e che tu abbia trovato la forza di accogliere questa seconda possibilità che il Signore ti ha dato. Ti sei rialzata e hai ripreso il cammino, e questo è un miracolo meraviglioso che vediamo in molti personaggi del Vangelo: a contatto con Gesù, anche chi si sente perso ritrova fiducia nella vita, guarisce dalla malattia e può rialzarsi per tornare a vivere”.
Il Papa ha poi ripreso il concetto della “malattia silenziosa” che è la depressione e ha affermato che è “importante prendere coscienza di come la salute mentale sia sempre più minacciata nel contesto di società che si considerano avanzate. È un segnale che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in una certa idea di crescita che sottopone le persone a pressioni, aspettative e tensioni che compromettono equilibri fondamentali”. Ecco perché “è necessario un sistema sanitario che includa tra le sue priorità questo malessere invisibile e generalizzato, che colpisce anche i giovani”.
Papa Prevost sa che il “dolore mette alla prova la fede e il senso che attribuiamo alla vita”, tuttavia, mentre ascoltava la ragazza, ha pensato all’angoscia di Gesù prima di donarsi sulla Croce: “non si tratta solo di una sofferenza personale; il Figlio di Dio sta assumendo nella propria carne tutta l’angoscia, la solitudine e la sofferenza dell’umanità. In quelle ore buie, morendo sulla croce, Gesù condivide il nostro dolore e ci rivela il volto di un Dio compassionevole, che porta il peso delle nostre pene, che soffre con noi, piange le nostre lacrime e rimane al nostro fianco con la sua presenza piena di amore e misericordia”. Non è facile vivere e sperimentare questo, tuttavia, “Di fronte alle situazioni più difficili e dolorose, quando Dio sembra assente, dobbiamo affidargli ancora una volta i pesi che portiamo nel cuore, anche gridando a Lui, anche protestando come Giobbe, sicuri che in qualche modo Egli si renda presente e sia vicino anche quando apparentemente tace. Ma penso che non possiamo farlo da soli. Nelle ore di dolore, almeno per quanto possibile, dobbiamo aprirci a qualcuno che ci aiuti a esprimere una semplice preghiera, che ci accompagni con discrezione senza la fretta di spiegarci quel dolore, che ci prenda per mano e ci faccia uscire da quel grido”. E poi una precisazione importante: “Non dobbiamo spiritualizzare il dolore, riconducendolo superficialmente alla ‘volontà di Dio’ o a qualche suo misterioso progetto, perché questo rischia di minimizzare quella sofferenza, di metterla a tacere, di ferire le persone. Dio non vuole la sofferenza, la porta con noi e ci invita a confidare in Lui con perseveranza”. Infine, il Pontefice ha chiosato: “Ricordiamo ciò che diceva Papa Francesco: con Dio, la vita rinasce sempre”.
Buonasera, Santo Padre. Provengo da una famiglia di un quartiere molto povero di Barcellona. Quando ero piccola, mio padre ha cercato di uccidere mia madre, che si è salvata solo grazie all’intervento di un ragazzo che ha perso la vita. Mio padre è finito in prigione e mia madre è caduta nel mondo della droga. A dieci anni i servizi sociali mi hanno presa in custodia e mi hanno portata al centro di accoglienza minorile di San José de la Montaña. All’inizio è stata dura, perché mi ero costruita un muro per proteggermi, dove non lasciavo entrare nessuno. Ma a poco a poco ho sperimentato per la prima volta l’amore di una famiglia, e il mio cuore si è aperto. Lì mi hanno parlato di Gesù, ho iniziato a pregare e ho ricevuto il Battesimo. Ma durante l’adolescenza mi sono ribellata a Dio molte volte. Mi hanno invitata a un ritiro e lì, per la prima volta, ho sperimentato l’amore di Dio. Ma sono passati alcuni mesi e faccio ancora fatica a perdonare mio padre. E a volte alzo gli occhi al cielo e gli chiedo: «Dov’eri quando ero bambina?». Santo Padre, come posso perdonare mio padre, che stava per lasciarmi senza madre? Come posso riconciliarmi veramente con Dio?
Questa testimonianza fortissima, risuonata davanti a quarantamila persone che hanno accolto in silenzio il dolore di una persona che ha sperimentato il male di cui l’umanità è capace, ha di nuovo suscitato la gratitudine del Papa: “Grazie per la tua testimonianza – le ha detto – e grazie anche per la domanda sul perdono. È davvero un segno della grazia di Dio che questa domanda sorga da un passato così segnato dalla sofferenza e che, nonostante il dolore, si abbia il coraggio di chiedersi come sia possibile perdonare chi ci ha fatto del male. Per il Papa, però, la vera domanda da porci di fronte a tanto male è “sull’uomo e sull’umanità”, su “come a volte siamo prigionieri del male fino a diventare violenti con gli altri, su come non riusciamo a coltivare l’amore e a rispettare gli altri nella loro dignità e libertà”.
Il Pontefice non nasconde che ancora oggi molte notizie di cronaca nera rivelano un clima familiare avvelenato da abusi e violenze, soprattutto contro le donne, fino al femminicidio. È una realtà drammatica, con radici profonde, che riguarda tutti: non possiamo attribuirla a Dio né attenderci interventi miracolosi. Dio ci ha dato libertà, coscienza e responsabilità, indicandoci in Cristo la via dell’amore, della giustizia e della pace. Se prevalgono violenza ed egoismo, dobbiamo interrogarci su noi stessi, sulla società e sulla cultura, non su Dio.
Per quanto riguarda il perdono, il Papa è consapevole che dobbiamo imparare a considerarlo “potente rimedio contro il male che guarisce le nostre ferite interiori, come parte di un processo, di un cammino”. Infatti, “lo stesso Vangelo, se lo leggiamo come un libro di indicazioni, di comandamenti e di doveri, rischia di causarci grande scoraggiamento e frustrazione, perché mentre Gesù ci invita al perdono noi ci rendiamo conto di non esserne capaci. Invece non è così. Il perdono dobbiamo soprattutto invocarlo dal Signore; continuare a chiedere – forse per tutta la vita – che il Signore allarghi in noi lo spazio dell’amore proprio là dove siamo stati feriti, che ci aiuti a riconciliarci con noi stessi e con quella parte della nostra storia segnata dalla sofferenza, che trasformi lentamente il risentimento in misericordia e compassione”.
Non si può omettere, e il Papa non lo fa, che è “un cammino lungo, un processo che richiede molta pazienza, è un lavoro che dobbiamo fare su noi stessi, sia personalmente sia attraverso altri percorsi di accompagnamento e di riconciliazione interiore. Ed è necessario non scoraggiarsi: nel perdono si procede a piccoli passi”.
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).












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