Famiglia negata

a cura di Giovanna Abbagnara

 

Marco Giordano è fondatore e presidente dell’Associazione Progetto Famiglia- Affido. Si occupa da anni di queste tematiche. Lo scorso giugno ha organizzato un convegno sull’affdo al quale hanno partecipato 300 operatori sociali. Lo abbiamo intervistato.

Quali motivi hanno spinto l’Associazione Progetto Famiglia a realizzare il convegno?
Quasi tutti i cittadini Italiani hanno in qualche modo sentito dire che entro la fine del 2006 devono chiudere gli istituti. Questo è sicuramente un passo in avanti ma cambierà solo in minima parte la situazione. I problemi che ancora impediscono il pieno sviluppo del “diritto alla famiglia” sono numerosi ed ancora ben presenti: neonate comunità residenziali che quasi in nulla propongono un’organizzazione di tipo familiare, con il rischio di passare semplicemente dai maxi-istituti ai mini-istituti; grave insufficienza del numero di famiglie affidatarie rispetto alle effettive esigenze di accoglienza; mancanza di serie ed organiche politiche pubbliche di promozione della cultura dell’accoglienza e dell’affido familiare; mancanza di raccordo tra servizi sociali e magistratura minorile nella gestione dei casi più complessi. L’elenco potrebbe continuare ancora. Di fatto ai cosiddetti minori “fuori famiglia” raramente viene assicurato un percorso alternativo adeguatamente familiare e rispettoso delle esigenze affettive e relazionali.
In non pochi casi, poi, al danno si unisce la beffa. Una quota significativa dei bambini e ragazzi ospiti di contesti di accoglienza temporanea, vi resta fino alla maggiore età. Di frequente sono insufficienti i percorsi di sostegno alle famiglie di origine di questi minori, ed il desiderato recupero delle capacità genitoriali non avviene mai. Dall’altro canto la magistratura minorile, specie di secondo grado, in Italia ed in particolar modo nel meridione, è diffusamente a favore della “tutela del legame naturale genitori/figli”, con la risultante indisponibilità, se non nei casi gravissimi, a procedere verso l’adozione dei minori presso nuove famiglie. È di questi casi, che noi chiamiamo “bloccati”, che il convegno in particolar modo ha inteso interessarsi.

Quale rilevanza ha in Campania il fenomeno dei minori allontanati dal nucleo familiare?
Pur non essendovi ricerche aggiornatissime, è possibile, confrontando i dati di alcune indagini realizzate negli anni scorsi dal Ministero del Welfare e dalla Regione Campania, avere un’idea di massima del fenomeno, ancora molto diffuso nel nostro contesto regionale. Difatti ben 1.400 dei 19.413 minori italiani “fuori famiglia” (cioè quasi il 10%) risiede in Campania. 
Non solo, ma a differenza di alcune altre grandi regioni come il Piemonte e la Lombardia, dove, pur essendovi un significativo numero di minori allontanati, tale situazione viene affrontata già da tempo con accoglienze a “misura familiare”, in Campania è ancora ben radicata la tendenza al collocamento dei minori in maxi-strutture residenziali, meno adatte alle esigenze affettive tipiche dell’età evolutiva.
Dei 1400  minori campani, solo 213 sono collocati in affido (pari all’11% dei minori allontanati, mentre la media nazionale, avendo a riferimento un numero totale di 4.468 minori in affido, si muove intorno al 25%) e ben 500 sono accolti ancora in maxi strutture (mentre in regioni come il Piemonte, l’Emilia Romagna, la Toscana il ricorso ai grandi istituti è oramai superato da tempo).

Quali sono gli obiettivi del Convegno?
Gli obiettivi sono racchiusi nella seconda parte del titolo: “come e quando privilegiare il legame naturale tra adulto e bambino”. In sostanza desideriamo che tutti gli attori coinvolti, ed in particolare la magistratura minorile ed i servizi sociali pubblici della Campania, riflettano e, semmai, sperimentino quelle modalità operative, già attive in altre zone d’Italia, che meglio permettono di sbloccare i tanti casi sospesi. Le ipotesi sono varie: dall’adozione mite all’affido sine die, dalla valutazione precoce delle capacità genitoriali al tutoraggio domiciliare per quei casi di genitori solo parzialmente recuperabili.
Noi non riteniamo di dover sponsorizzare una modalità particolare. Solo riteniamo necessario affermare, e questo è lo scopo principale del convegno, che innanzitutto quel che serve è la realizzazione di percorsi comuni, in cui le diverse istituzioni in gioco s’impegnino in quel “lavoro di rete” tanto decantato sia sul piano legislativo che dottrinale, e ancora così scarsamente attuato nel vissuto concreto dei servizi .




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