Le attese del cuore di Marta

di Carmela Ruggiero

Marta è una bambina arrivata il 21 giugno del 2003 presso la struttura dell’Associazione Progetto Famiglia, ed il suo puù grande desiderio era di trovare una famiglia. Marta aveva 8 anni e da quando ne aveva 4 ha iniziato a vivere in un istituto, i genitori erano separati e li incontrava poco e non sempre mantenevano le promesse che le facevano. La sua storia raccontata da Carmela Ruggiero la psicologa che ha seguito Marta in questo percorso verso una nuova famiglia.

Nella testa  di Marta si era costruita l’idea che venendo in un posto nuovo questo sogno poteva subito realizzarsi; nei nostri primi colloqui lei era molto esplosiva e chiacchierona, e ricercava con avidità molte attenzioni.
Il primo momento difficile è stato quando ha capito che non era così semplice né immediato trovare una famiglia.
Spesso mi chiedeva l’età, e poi dopo qualche minuto, mi diceva “..ma non potresti essere tu la mia mamma..”, e questo era un gioco che provava a fare con diverse persone, magari giovani.
Lei partiva dall’osservazione del volto ed iniziava a dire: vedi noi ci somigliamo, abbiamo gli stessi capelli scuri, anche gli occhi sono uguali e poi andiamo d’accordo…perché non vuoi essere la mia mamma?
Marta scriveva tanti pensierini e la sua richiesta era sempre la stessa: avere una famiglia vera.
L’impegno con lei era molto grosso; ad un mandato istituzionale di protezione e cura da parte del Tribunale, si affiancava un mandato emotivo, a mio avviso, molto forte: se non puoi essere tu la mia mamma, allora aiutami presto a trovarne una, perché ho un bisogno fortissimo di sentirmi uguale agli altri bambini.
Dopo un primo periodo di euforia per il cambiamento, arrivarono i giorni tristi, in cui Marta si chiudeva in un profondo silenzio ed era arrabbiata con tutti quelli che non l’aiutavano a realizzare i suoi desideri.
Marta era una bambina molto sveglia e riusciva a comunicare con abilità i suoi desideri e le sue emozioni talvolta attraverso l’uso di storie inventate e con i disegni. La storia che sempre mi raccontava, e per la quale cercava di evidenziare la sua bravura e coraggio, è di quando fu trovata di sera dai vigili su un marciapiede nei pressi di piazza Dante a Napoli. Lei diceva che la madre l’aveva lasciata a casa con una baby-sitter che non le era molto simpatica e così aveva deciso di scappare. Poi un’altra volta diceva che aveva trascorso una notte fuori casa e aveva dormito in macchina con la mamma e un suo amico e per questo poi la polizia era andata a prenderla e l’aveva portata nell’istituto. Anche quando è arrivata da noi fu accompagnata da un nucleo operativo speciale addetto al ritrovamento di minori, poiché il padre dopo un rientro a casa non l’aveva riportata in istituto.
Un gioco che Marta ripeteva spesso era quello della cassaforte dei segreti; lei mi aveva dato questo compito di custodire la chiave di uno scrigno dove c’erano le cose che gli altri non potevano sapere. Quando metaforicamente aprivamo questa cassaforte, la bambina faceva emergere dal suo mondo interiore le ferite legate alla problematicità dei suoi genitori: il padre era spesso in carcere perché rubava e spacciava la droga e la madre come lei diceva era una “donnina”. Lei aveva smesso di sperare che i suoi genitori tornassero a riprenderla, difatti pochissime volte ha chiesto di poterli incontrare. Durante i primi tre mesi lei chiedeva spesso di sentire le suore e a volte ne aveva una grande nostalgia, d’altronde era con loro che aveva stabilito un legame di attaccamento sicuro. Marta aveva paura del buio e di notte lasciava vicino al suo letto una piccola lucina accesa, e prima di addormentarsi faceva una preghiera e chiedeva al suo angelo custode di trovare presto per lei dei genitori nuovi.
Si avvicinava il Natale, ed in uno dei nostri tanti incontri provammo a costruire un alberello di natale con dei fogli colorati che la piccola voleva regalare al suo giudice. Su quest’albero  c’erano quattro biglietti al posto delle palline, ed in ognuno c’era scritto un desiderio.
Il primo era di poter incontrare le suore con le quali era cresciuta; il secondo era di incontrare il suo papà ed il terzo, ma non meno importante, andare a vivere in una famiglia. Per una volta siamo riusciti ad esaudire tutto; dapprima incontrammo le suore, durante un’udienza in tribunale, poi organizzammo un incontro con il papà, durante il quale la piccola augurò al padre di rifarsi una nuova vita, gli diceva di aggiustarsi e fare le cose nel modo giusto. Forse in quel momento quel papà non ha capito cosa stesse succedendo, ma Marta stava chiudendo emotivamente con il suo passato, stava prendendo le giuste distanze da quelle figure genitoriali che non le avevano garantito un’infanzia serena. Ed anche in questa occasione sono intervenuti i vigili urbani richiesti da noi operatori, perché temevamo che il papà di Marta dopo quelle parole così forti ascoltate dalla figlia potesse avere qualche reazione minacciosa ed aggressiva; invece,  quell’uomo uscì dalla stanza velocemente senza mai voltarsi indietro.
Il lutto della separazione era una fase ormai superata, e  Marta si preparava a stabilire nuovi legami di attaccamento. Con lei non c’è stato bisogno di spiegarle il perché del cambiamento e quale fosse il motivo che aveva originato certe decisioni perché in fondo lei era stata un po’ l’artefice-regista di questa decisione.
L’abbinamento con una famiglia non è stato facile, in primo luogo perché non si trattava di una dichiarazione di abbandono totale, ma il provvedimento partiva come affidamento a rischio giuridico e poi perché Marta  aveva 8 anni ed era ormai grandicella; tuttavia i giudici sono stati bravi nel reperire una famiglia pronta ad affrontare questa avventura, che veniva dalla Toscana ed ha fatto molti viaggi su e giù per l’Italia nella prima fase della conoscenza reciproca. In questa breve parte del percorso di Marta ognuno ha avuto un ruolo importante, e soprattutto c’è stata una buona collaborazione tra servizi.
Le suore che la conoscevano da piccola ci hanno aiutato a ricostruire la storia della bambina, a recuperare delle foto come traccia della sua infanzia e consentire la costruzione di una sua identità. Nell’incontro con la famiglia Marta ha avuto la possibilità di portare le sue origini e i suoi ricordi del passato, e questi nuovi genitori l’hanno accettata pienamente con le sue esuberanze e con le sue fragilità accompagnandola nel percorso di una rinascita nuova come loro figlia.




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