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Nel dolore l’eco di una nuova chiamata

(© magnola / Shutterstock.com)

di Silvio Longobardi

La morte del coniuge è un evento che scava nel cuore pozzi di dolore, tanti più profondi e intensi quanto più la relazione affettiva è stata segnata dall’intimità e dalla più sincera condivisione.

Vi sono poi situazioni che rendono ancora più amara questa situazione: una morte improvvisa, ad esempio. A volte anche una conflittualità non risolta potrebbe lasciare una grande tristezza. Con eccessiva facilità, non priva di superficialità, gli amici invitano a guardare avanti. È impossibile non guardare indietro, non rimpiangere il tempo della comunione, quando, pur litigando qualche volta, era possibile affrontare insieme la vita. Ed era più facile prendere decisioni, soprattutto quelle più faticose. Essere in due è più facile che essere soli. La morte del coniuge lascia senza fiato perché costringe a rivedere tutta la vita: i rapporti con i figli, con le famiglie di origine, con il lavoro, con gli amici. Tutto è messo a soqquadro perché tutto è improvvisamente cambiato. E lo sarà per sempre. Inutili farsi illusioni: nulla sarà più come prima. Eppure questo calvario interiore rimane in gran parte nascosto, come quelle malattie di cui è meglio non parlare. E invece bisogna parlarne, anche per dare a chi vive questa condizione la possibilità di comunicare il suo vissuto, la fatica che vive, anche il dolore. Con chi deve farlo? Quasi sempre non può con i figli, anche perché sono anche loro feriti dalla morte del genitore. Accanto ai contraccolpi psicologici e a quelli relativi all’adattamento, vi sono a volte anche problemi economici. Insomma, la vita diventa di colpo una faticosa via crucis. La fede ci aiuta a vivere questo nuova condizione non con la rassegnazione di chi deve tirare avanti, ma con la certezza che Dio non abbandona ed è pronto a far risuonare una nuova chiamata.




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