Don Arturo Caterino: la bellezza di consumarsi per gli ultimi
Don Arturo Caterino, parroco a Caivano, che salva tanti ragazzi dalla dipendenza, si racconta a Punto Famiglia: “A 17 anni, mentre ero fidanzato e pensavo alla carriera nella Guardia di Finanza, feci un sogno profetico. Vidi un uomo su un trono e davanti a lui tante ombre, persone con un buco nero nel petto da cui uscivano mostri. Quell’uomo mi chiese: mi daresti una mano?”. La sua missione nasce da una promessa fatta anni fa, quando era ancora un seminarista: un uomo gli raccontò la sua sofferenza e gli chiese di non dire mai di no a chi, come lui, avrebbe cercato aiuto. Da allora, Don Arturo non ha mai chiuso la porta.
Don Arturo, cosa l’ha spinta a dedicare la sua vita agli ultimi e a chi soffre di dipendenza?
Tutto nasce dal desiderio di andare verso gli ultimi, guidato dalla Parola di Dio: “Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva”. Già nei primi anni da sacerdote, e persino da seminarista, ho incontrato persone che mi hanno aperto il cuore con confessioni particolari. Un uomo, in particolare, mi raccontò la sua storia di sofferenza e mi disse: “Quando quelli come me ti chiederanno aiuto, non dire mai di no”. Non me la sono sentita di rifiutare. Erano loro quelli da accogliere. Caivano è spesso vista come il centro della morte, ma io credo fermamente che “dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia”.
Com’è iniziato concretamente questo percorso di accoglienza?
Sono arrivato a Caivano nel 2019 e nel 2020 sono diventato parroco di Maria Madre della Chiesa. Con il permesso del Vescovo, ho iniziato ad accogliere i primi ragazzi direttamente in canonica. Siamo andati avanti così per quattro anni, ma lo spazio era limitato: era una particella dove potevamo ospitare al massimo tre o quattro persone. I ragazzi erano sacrificati, non avevano spazi aperti e dovevano evitare ogni distrazione esterna per proteggere il loro percorso.
Poi c’è stata la svolta con la nuova casa a Cancello ed Arnone. Come ci siete riusciti, considerando che vivete di Provvidenza?
Cercavamo un luogo dove iniziare un vero percorso residenziale. Insieme al mio collaboratore Nicola De Libero e con l’aiuto della grazia di Dio, a gennaio 2025 siamo approdati in una vecchia masseria a Cancello ed Arnone, in mezzo alla natura. Non avevamo un euro, e ancora oggi viviamo di Provvidenza: non riceviamo fondi pubblici. Il proprietario inizialmente era riluttante, ma dopo aver pregato mi ha richiamato offrendoci un contratto di affitto con riscatto. La casa è stata ristrutturata grazie a volontari: imbianchini, elettricisti e artigiani che hanno offerto il loro lavoro gratuitamente. Qui abbiamo creato l’Associazione “Figli del Cuore Misericordioso di Gesù”.
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Come si mantiene la comunità e come passano le giornate i ragazzi?
Anzitutto ci tengo a sottolineare che il nostro è un lavoro “cristocentrico”. È Gesù che ci sostiene prima di tutto. I ragazzi poi lavorano: curano l’orto, gli animali, producono dolci e costruiscono rosari. I nostri benefattori vengono da noi per acquistare uova, frutta e ortaggi, sostenendoci concretamente. Non ho mai voluto chiedere nulla alle famiglie, perché sono già troppo ferite. La giornata è un equilibrio tra lavoro e preghiera: recitiamo quattro rosari al giorno, celebriamo la Messa e facciamo adorazione.
Lei ha descritto la dipendenza come un polipo. Cosa intende?
La dipendenza è un polipo a 4, 5, 6 tentacoli; non ne hai mai una sola. Chi si droga spesso gioca d’azzardo o beve; sono realtà associate. Oltre alle droghe e all’alcol, oggi vediamo tantissima lussuria, pornografia, dipendenza dal cellulare, dal denaro e dal potere. Una persona è dipendente quando non riesce più a uscire da quella situazione, quando è schiava e non ha più l’equilibrio per dire “posso non fare questo”.
Qual è il profilo dei ragazzi che accogliete e come arrivano a voi?
Generalmente hanno tra i 20 e i 35 anni, ma ultimamente si sono aggiunti anche molti over 40. Il 95% dei casi arriva tramite qualcun altro che chiede aiuto per loro; raramente chiamano di propria iniziativa perché manca la lucidità o domina la superbia. Noi però poniamo una condizione: “Voi dovete convincere noi a farvi entrare”. Devono dimostrare di voler cambiare davvero.
Il percorso dura tre anni. Come è strutturato?
Come dicevo, è un lavoro “cristocentrico” che vuole scavare nella verità della persona accompagnati e presi per mano dalla Misericordia del Padre. Certamente questo percorso è supportato dalla psicoterapia della Dottoressa Mancuso, che si è formata specificamente in questo settore. Il primo anno è dedicato alla conoscenza di sé. Si scavano le proprie ferite. Il secondo anno invece ci soffermiamo sul valore della “cura”, cioè imparare a prendersi cura di sé e di quelle ferite. L’ultimo anno li sosteniamo in un inserimento graduale in famiglia e nella società. Abbiamo notato che alla base c’è sempre una ferita affettiva: problemi con i genitori, bullismo o mancanza di autostima. Spesso i genitori hanno dato tutto subito, impedendo ai figli di capire il senso del sacrificio.
C’è anche una dimensione spirituale molto profonda nel vostro metodo, inclusa la figura dell’esorcista.
Sì, faccio fare ai ragazzi un’esperienza spirituale con un esorcista. Ho notato che chi ha una dipendenza spesso porta un peso spirituale fortissimo e queste preghiere di benedizione danno loro molto refrigerio. Non mi interessa se gli altri non ci credono; io vedo il male agire e devo dare la mia testimonianza.
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Lei vive h24 con loro. Cosa significa per lei questa missione?
Significa consumarsi. Io non voglio solo bene a questi ragazzi, io li amo con l’amore di Cristo. Voglio essere per loro una figura di riferimento sana, un padre. Sono pronto ad andarli a prendere per i capelli ovunque siano, se mi chiedono aiuto. Ma la porta resta sempre aperta: la libertà è fondamentale.
Don Arturo, prima di lasciarci, c’è un episodio personale che ha segnato la sua vocazione?
A 17 anni, mentre ero fidanzato e pensavo alla carriera nella Guardia di Finanza, feci un sogno profetico. Vidi un uomo su un trono e davanti a lui tante ombre, persone con un buco nero nel petto da cui uscivano mostri. Quell’uomo mi chiese: “Mi daresti una mano?”. Vidi anche mia madre con carne sanguinante tra le mani, il simbolo del sacrificio che il mio sì avrebbe comportato. Inoltre, sono stato dichiarato morto cerebralmente due volte da bambino, a uno e a quattro anni. Se sono qui, è perché c’è un Paradiso da costruire su questa terra, servendo chi è nel buio.
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Grazie per l'articolo. La donna che va ad abortire non è convinta di fare la scelta giusta..... ma vuole "solo…
«Il mio messaggio, piuttosto, è sempre lo stesso: promuovere la pace. E lo dico per tutti i leader del mondo,…
Sarebbe cosa buona, giusta e utile che i cristiani anche se peccatori, tornassero a essere testimoni credibili, di speranza e…