La parola “speranza” mi dava fastidio… Poi Dio mi ha trovata”

di Maristella

Il tempo di Pasqua non si è ancora concluso e noi di Punto Famiglia vogliamo consegnarvi un’altra storia di Resurrezione. Il corpo segnato dalla malattia, l’anima immersa in un canto nuovo, dopo aver accolto e gustato la presenza di Dio, il Risorto. Lei è Maristella e comincia a sperimentare una gioia (fino ad allora sconosciuta) all’apertura del Giubileo della Speranza, nel 2024. Da allora, una profonda letizia di cuore la raggiunge ad ogni Eucaristia e le ricorda l’immenso valore della sua vita. Ecco la sua storia.

Quando nell’autunno 2024, nelle trasmissioni di Tv2000, sentivo la parola “speranza”, riferita al Giubileo mi dava fastidio. Io stavo male, la mia malattia cronica e invalidante si era presa “la scena”, mi aveva messa al tappeto. Ero a casa dal lavoro e non vedevo una via d’uscita. Perciò, continuare a sentire quella parola, “speranza”, mi infastidiva, perché la associavo al fatto che tutto sarebbe andato bene, in un’ottica di ottimismo, ma mi sbagliavo. Infatti, poi, Papa Francesco aveva spiegato che la speranza cristiana non è pensare che andrà tutto bene, ma essere certi che in ogni situazione che noi viviamo Gesù è con noi e non ci abbandona mai. Anche quando sembra tutto perduto, anche quando siamo senza speranze, anche quando sembra che “non si muova nulla” Dio è con noi e agisce. Non è semplice accettare e credere a tutto questo, ma nella nostra vita ci sono e ci sono stati dei momenti segnati dalla Sua presenza che ci devono rassicurare e ricordare, quando siamo persi: Lui non ci abbandona mai.

Io, in quel momento, mi sentivo senza speranza (capisco proprio in questo momento cosa voglia dire: non mi sentivo amata, mi sentivo sola, in balia degli eventi) senza Dio nella mia vita.

Proprio lì, in quel momento di grande sconforto e di grande dolore, in cui mi percepivo come un problema identificandomi con la mia malattia, perché sapevo che al lavoro ero vista come un problema proprio a causa della mia malattia, Dio mi ha teso la mano attraverso Papa Francesco

Il primo momento di redenzione l’ho vissuto durante l’apertura della Porta Santa, alla vigilia di Natale del 2024. Ho visto Papa Francesco sulla sua sedia a rotelle. Proprio in quel momento, vedendo la sua fatica, la sua sofferenza e il suo sacrificio, ho percepito che lui stava donando la sua vita per me, cioè stava facendo tutto questo per amore mio. In quel momento ho sentito l’amore di Dio. 

Mi sono sentita una figlia amata, che andava bene così com’era, come dico io… “pacchetto completo”. Lì ho capito che ero la Mary; non ero la mia malattia, con la quale venivo identificata soprattutto nel luogo di lavoro; non ero un problema, come mi avevano fatto credere, perché non ero più abile alla mia mansione al 100%. Ero semplicemente io, e la malattia faceva parte di me, ma non come un problema, come una condizione naturale della vita. Da quel momento ho ritrovato me stessa, la me che avevo perso negli ultimi anni, persa dietro alle lotte per non perdere il mio lavoro. 

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È stata come una boccata d’ossigeno, finalmente dopo tanti anni, mi sentivo accettata per quello che ero, e questo mi ha permesso di mettermi il cuore in pace. Io sono così: se mi vogliono mi accettano come sono, sul lavoro, proprio come fa mio marito, che accetta il pacchetto completo. Lui non mi ha mai mollata, ha creduto in me, mi ha spronata, ma il suo amore umano non bastava a curare certe ferite interiori che si erano create. Sicuramente accettare una malattia cronica e invalidante non è facile, se poi la società non ti accetta e ti fa sentire un problema, un peso, la cosa diventa ancora più difficile. Tu non capisci il perché di tutta questa cattiveria e anche senza volerlo inizi a rispondere al male con il male, per non soccombere. Tutto questo crea delle ferite interiori, profonde, che solo l’amore di Dio può sanare. Non è stato né veloce né indolore, è stato un vero e proprio percorso: la diagnosi, la sofferenza, lo scontro con la realtà, la società che non ti accetta perché non produci al 100%, allora arrancavo per stare al passo con la società ma mi sentivo sempre in difetto. Dal momento in cui ho iniziato ad accettarmi per come sono, la prospettiva è cambiata. Proprio quella sera, sono riuscita a fare quel passaggio, dopo mesi e mesi di lacrime, di pianti, di dialogo con Dio che mi rispondeva nei modi più originali, come solo lui sa fare.

Nonostante questo primo grande passo dove ero riuscita ad accettarmi, mi sentivo ancora inadeguata nello stare in società. 

Dopo la morte di Papa Francesco, che per me è stata una grande sofferenza, perché mi sono sentita orfana di chi proteggeva i fragili, gli ultimi, in parrocchia avevano celebrato una messa per lui. Nonostante la mia salute fosse un po’ precaria, infatti ero in muto da un po’ di tempo perché non riuscivo a camminare in autonomia, quella sera ero voluta andare per rendere omaggio a Papa Francesco e per ringraziarlo di tutto ciò che aveva fatto per me. 

La mia chiesa ha al suo interno una cappella, io mi sono messa lì in fondo, con mia mamma perché non ero più abituata a stare in mezzo alla gente, proprio perché non ero più ben accetta dalla gente, io ero quella diversa e non ero degna di stare in mezzo alla gente. Fino a quando sono andata a fare la Comunione con le mie stampelle, un po’ intimorita, ovviamente alla fine di tutta la fila. Fatta la Comunione, mentre stavo tornando al mio posto, mi è esploso un sorriso sul volto, con la sensazione di essere degna. Tu sei degna di stare in mezzo alla gente. Tu non devi nasconderti, non sei uno scarto. È stata una sensazione bellissima, io andavo bene proprio come ero ed ero degna di stare in mezzo alla gente, non considerata come quella diversa, ma semplicemente la Mary con le stampelle o la carrozzina. È come se la mia identità fosse stata riconosciuta da Dio in mezzo agli uomini. Tra l’altro, in quel periodo, pur con stampelle e carrozzina, temevo di uscire di casa, perché le paure del passato erano ancorate dentro di me, prima fra tutte quella di non essere creduta. Al termine della celebrazione, però, alcune persone che mi conoscevano, mi si avvicinavano e mi chiedevano cosa mi fosse successo, non mettendo in dubbio le mie parole, ma sinceramente preoccupate per la mia salute.

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Da quel momento diverse cose sono cambiate nella mia vita, ciò che non è cambiato è la presenza di Dio. Alcune nuove sfide che mi si sono ripresentate mi hanno fatto sperimentare la disperazione: io fragile che non vedevo vie d’uscita. Nonostante ciò, posso affermare che se noi rimaniamo con Cristo e ritorniamo a Lui, anche arrabbiati, anche un po’ sfiduciati, anche delusi, possiamo sapere con certezza che Lui aprirà nuove strade, che noi non possiamo nemmeno immaginare, in linea con i nostri desideri più profondi che poi sono anche i Suoi. Lui ci darà le parole per affrontare le sfide più difficili. Lui ci insegnerà che le nuove sfide, che sembrano uguali a quelle del passato si possono affrontare in un modo diverso, se rimaniamo aggrappati a Lui, senza perdere noi stessi, cercando di perdonare chi ci fa del male, allontanandosi da persone o situazioni “pericolose”, chiedendoci quando siamo al bivio di una decisione: “a chi giova?”.

Io non sono perfetta, sbaglio, pecco, mi allontano da Dio per poi tronare da Lui, che è medico e medicina. A volte non voglio stare ad ascoltarlo perché temo che ciò che Lui vuole da me non sia ciò che desidero io, ma proprio qualche sera fa, in un’omelia, un frate diceva che ciò che Lui desidera per noi è ciò che noi abbiamo nei nostri desideri più profondi. Perciò anche se con paura, e con poca fiducia, torno sempre a Lui, perché solo Lui può, Lui tutto può.




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