“Vogliamo diventare genitori, ma non riusciamo”. La testimonianza di una donna
Tracollo delle nascite. Natalità al minimo storico dal dopoguerra. I giovani non vogliono più fare figli, preferiscono essere liberi. L’età media delle madri italiane tra le più alte d’Europa. Questo è quello che si legge spesso nei giornali o si sente in tv e alla radio. Ma c’è qualcosa di cui non si parla quasi mai: di quelle giovani coppie che i figli li desiderano tanto ma non riescono ad averli o che hanno appena sperimentato la crudeltà della perdita. Come stare accanto alle coppie che vivono questo? Oggi, la testimonianza di una ragazza.
Se ne parla davvero troppo poco, forse perché non fa notizia o, come si dice sui Social, crea poco engagement. Eppure, ci sono giovani che sperimentano un dolore profondo e molto difficile da spiegare, un dolore che pochissimi hanno la sensibilità di rispettare.
È di questi giovani che parliamo oggi. E lo facciamo attraverso la testimonianza di E., 30 anni appena compiuti, sposata dal dicembre del 2025.
E. desiderava già da tempo diventare madre, ma non aveva ancora incontrato la persona giusta per formare una famiglia.
Una volta incontrato il suo futuro marito, il progetto era semplice: sposarsi e allargare la famiglia.
Semplice solo all’apparenza, però, perché i mesi passavano, e quella seconda linea sui test di gravidanza non arrivava mai. Ogni mese l’attesa si faceva logorante e terminava allo stesso modo: con una nuova mestruazione. Finché, a luglio, la seconda linea compare subito.
Non sono più soli. La coppia tocca il cielo con un dito.
Finalmente le loro preghiere erano state ascoltate. Le nausee mattutine e le prime analisi confermano la gravidanza e tutto sembra procedere per il meglio finché, da un giorno all’altro, i sintomi scompaiono. Qualcosa era cambiato.
Nel frattempo, E. continuava a ricevere le solite domande indiscrete: “Quando lo fate un bel bambino?” o “Per caso sei incinta?”, visto che mancava da qualche settimana al lavoro. Lei cercava di ignorarle, anche se ogni volta erano una coltellata, perché era sicura che qualcosa non andasse per il verso giusto.
E la successiva visita medica glielo ha confermato: l’embrione non si era sviluppato.
Una frase che fa crollare il castello che si erano costruiti. “Non saremo genitori. Non per ora, almeno”.
In realtà, si diventa genitori anche prima di un parto. Si diventa genitori quando si vedono per la prima volta quelle lineette nel test di gravidanza. E anche prima. Si è genitori nel cuore e nell’anima.
E questa è una delle tante storie che lo testimoniano.
Leggi anche: Dare un nome all’amore: la testimonianza di Gabrielle e la voce delle famiglie ferite dal lutto perinatale
E. e suo marito hanno vissuto un vero e proprio lutto. Il fatto che quella camera gestazionale fosse vuota non rende meno vero il dolore e lo sconforto. Il fatto di essere giovani e di poterci riprovare non attutisce il colpo.
Chi vive un lutto perinatale ha bisogno di vicinanza e comprensione, e non di frasi fatte e domande indiscrete. Ne arrivano quotidianamente, dalle vecchiette in paese, da zie e nonni, conoscenti e colleghi. “Ma a un figlio ci pensi?” “Hai qualche bella novità?” “Ora che hai fatto casa, ti mancano dei bambini…”
Se sapessero quanto dolore provocano, farebbero ugualmente quelle domande?
Se sapessero cosa si prova a essere ricoverate nello stesso reparto in cui la vita nasce, e noi invece usciamo a mani vuote? Se sapessero che ogni donna incinta che incontri ti ricorda quello che hai perso e che hai le lacrime agli occhi ogni volta che ti vengono poste domande di questo tipo, le farebbero ancora?
Se sapessero che spesso è difficile avere figli e c’è anche chi non li vedrà mai arrivare, chiederebbero ancora?
Riflettiamo prima di parlare e di fare domande così intime e personali, che possono essere profondamente dolorose. Dimostriamo di essere esseri pensanti e dotati di sensibilità. Basterebbe così poco per non far soffrire qualcuno.
E se avete amici, parenti, che sapete trovarsi in quella situazione, E. ha un consiglio per voi: “Siate presenti, anche con cose semplici. Può aiutare una colazione in compagnia, una passeggiata”.
E a chi sta passando il suo stesso dolore: “Cercate di limitare i momenti trascorsi da soli, in cui è più facile lasciarsi andare alla disperazione e al dolore della perdita. Questa visione non vuole essere un riassunto semplicistico del lutto, ma solamente un modo per creare spazi e momenti in cui quel dolore non ti sovrasti. E in questo le persone vicine fanno la differenza. Sebbene in un momento come questo si vada un po’ in crisi con la fede, a noi ha aiutato anche chiamare al telefono il parroco che ci aveva sposati…”.
Aiutaci a continuare la nostra missione: contagiare la famiglia della buona notizia
Cari lettori di Punto Famiglia,
stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).












ULTIMI COMMENTI
Non mi sembra che abbia risposto al commento presentato ad inizio pagina. Penso che l'unica affermazione sensata sia dire che…
Perché non si può più dire ad un figlio "Trovati una brava ragazza"? Che poi vuol dire anche prudente, attenta,…
"La conoscenza non dovrebbe essere censurata perché mette in discussione convinzioni, sensibilità o posizioni ideologiche. La conoscenza scientifica dovrebbe rimanere…