Cattedra con vista sulla “Magnifica umanità”. Cosa dice l’enciclica del Papa alla scuola
Foto tratta da Vatican News - Italiano on Youtube
Com’è la Magnifica Humanitas vista dalla cattedra? E com’è la cattedra vista dall’enciclica di papa Leone, pubblicata lo scorso 15 maggio? Ha senso metterli a confronto? In fondo, i numeri di questa enciclica dedicati al mondo della scuola sono pochi: dal 143 al 147 e sembrano quasi come un fatto collaterale. Ma è proprio così?
Per rispondere a questa domanda bisogna innanzitutto intendersi sul senso della scuola oggi, dando per scontato e acquisito che l’intelligenza artificiale c’è, esiste, è facile da usare ed in tanti casi risolve molti problemi. Addirittura da anni, se pensiamo ad applicazioni quali Google Maps o simili che utilizziamo nella vita quotidiana senza porci tante domande circa il loro effetto sulla nostra vita.
Conosco colleghi, giunti a metà della carriera lavorativa scolastica, che si pongono con sempre maggiore pregnanza la domanda sul senso del loro mestiere e se non sia il caso di ragionare sul cambiare tale scelta, vista e appurata la grande variazione del paradigma della docenza. Spiego meglio: quando ho iniziato ad insegnare – nei primi anni duemila -, le scuole più all’avanguardia ( quelle più moderne) avevano il televisore trasportabile da un’aula all’altra col videoregistratore o il lettore dvd. Le altre facevano lezione “a parole”, frontalmente e basta.
Nemmeno venti anni dopo, quella dotazione è risibile. È cambiata, inoltre, la platea scolastica, sono cambiate le esigenze, è anche venuto meno il monopolio della detenzione del sapere che, invece oggi, può arrivare da molte altre fonti, è cambiata persino la conformazione morfologica del cervello degli studenti, sono cambiati i programmi che, anzi, non esistono più (con buona pace di genitori e qualche docente che ancora li rivendicano).
Tutto ciò rende lecita una domanda: chi, solo venti anni fa, ha scelto di diventare insegnante perché credeva di incidere, con i propri mezzi intellettuali e le proprie qualità, sulle esistenze dei giovani di allora può dire ancora oggi di poter confermare quella decisione? Ne ha i mezzi odierni necessariamente diversi? Possiede le nuove capacità richieste? Le motivazioni sono ancora le stesse o è riuscito a adeguarle ai tempi modernissimi? O sarebbe meglio ridefinire la propria scelta e cambiare mestiere? Perché il mestiere di docente è cambiato tanto e non tutti sono riusciti prima a capirlo e poi a cambiare di conseguenza. Molti colleghi rimpiangono il passato, qualcuno spera ancora che si torni indietro: ma sarebbe giusto in un mondo così diverso? Che senso avrebbe riproporre la scuola di venti, trenta anni fa in questo mondo? Questo tipo di ragionamento è esploso con l’avvento dei chatbot di intelligenza artificiale che hanno fatto saltare il banco introducendo dinamiche fino a tre anni fa insospettabili.
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E veniamo così all’enciclica dell’ex collega Francis Prevost. Non parla esplicitamente e diffusamente di scuola ma, mi permetto di sottolineare, parla molto alla scuola. Lo fa quando indica alcuni principi centrali con i quali il mondo della scuola e degli adulti in generale non possono esimersi dal confrontarsi. Il primo è la custodia dell’umano. Per Leone XIV la questione centrale del discorso, infatti, non è l’IA in sé, ma la persona umana. L’enciclica insiste sul fatto che la tecnologia non è necessariamente un male, ma non è nemmeno neutrale: riflette gli interessi, i valori e le scelte di chi la progetta e la controlla.
Nel senso della centralità dell’umano, vale una massima forse un po’ apodittica ma molto vicina alla realtà: la scuola di una volta si rivolgeva ad esseri umani per insegnare loro conoscenze importanti per la convivenza civile, mentre la scuola di oggi si confronta con persone che accedono con grande facilità alle conoscenze ma che vanno rese più umane. La vecchia scuola doveva dare contenuti, trasmettere saperi, quella di adesso deve formare essere umani. Già da diversi anni, in ambiente scolastico, si parla, infatti, di soft skills con una terminologia desunta dall’inglese che rimanda a tutte quelle competenze quali le abilità relazionali, comunicative e comportamentali di un individuo. A differenza delle hard skills (le conoscenze tecniche specifiche apprese con lo studio o sul lavoro), le soft skills definiscono come una persona lavori, come si relazioni con gli altri e come affronti i problemi. Sono tratti personali che possono determinare il successo in qualsiasi ambiente professionale e personale.
Le più importanti e richieste sono il Problem solving cioè la capacità di analizzare situazioni complesse e trovare soluzioni efficaci; la comunicazione efficace, cioè saper esprimere le proprie idee in modo chiaro e ascoltare attivamente gli altri; la capacità del lavoro di squadra, cioè di collaborare con colleghi e superiori per raggiungere un obiettivo comune; l’adattabilità e flessibilità cioè il sapersi destreggiare agilmente in contesti nuovi e imprevisti; la gestione dello stress e la resilienza cioè la capacità di mantenere la calma e la lucidità anche sotto pressione o di fronte a un fallimento. Nella Magnifica humanitas il tema delle soft skills emerge soprattutto come valorizzazione delle capacità propriamente umane che nessun sistema algoritmico può sostituire integralmente: relazionalità, discernimento, responsabilità morale, empatia, ascolto, cooperazione e cura dell’altro. Dall’enciclica emergono alcune competenze trasversali particolarmente rilevanti. L’empatia, ad esempio, intesa come comprensione dell’altro come persona più che insieme di dati, percorre tutta l’opera. Leggiamo infatti: «Il controllo dei dati è una delle questioni morali più urgenti del nostro tempo. Ridurre la vita delle persone a informazioni sfruttabili significa smarrire il senso della loro dignità irriducibile». Cosa dire poi del discernimento etico? Prevost si sofferma molto sul saper valutare ciò che è giusto, non solo ciò che è efficiente.
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Alcune citazioni chiariranno meglio il concetto: «Le IA si basano sull’elaborazione dei dati ma non passano attraverso la gioia e il dolore, non maturano. Non hanno nemmeno una coscienza morale: non giudicano il bene e il male». Più avanti leggiamo che «Il discernimento etico non può limitarsi a domandare se usiamo un certo sistema per uno scopo buono o cattivo, ma deve anche chiedersi come esso venga progettato e quale idea di persona e di società risulti iscritta nei dati e nei modelli che lo guidano». Questo è un problema serio perché queste strutture “coltivate” fanno riferimento in origine alle concezioni etiche di poche persone che sono, inevitabilmente interessate alla loro diffusione. Siamo davanti ad uno snodo etico epocale in cui pochi soggetti privati e non eleggibili ci dicono come dobbiamo comportarci senza che esplicitamente ce ne rendiamo conto? Per un blog come il nostro che fa della condivisione dei contenuti tra famiglie, alunni e docenti che gravitano attorno alla cattedra questo tema diventa centrale ed ineluttabile. Per questo motivo, «Non basta invocare genericamente l’etica: occorre indicare puntuali criteri di discernimento» e quale sia la nostra etica di riferimento. Altre skills rintracciabili nel testo del papa sono la responsabilità e, conseguentemente, il pensiero critico: il fatto che le scelte siano compiute da un algoritmo deresponsabilizza la persona? «La possibilità di identificare chi deve “rendere conto” delle decisioni, motivarle, controllarle e, quando necessario, contestarle e rimediare ai danni che ne derivano» diventa nascosta: di chi è la responsabilità di una scelta fatta dall’algoritmo?
Il Papa ci invita a non delegare il giudizio agli algoritmi.
A scuola questo diventa un incrocio inevitabile con la realtà personale.
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1 risposta su “Cattedra con vista sulla “Magnifica umanità”. Cosa dice l’enciclica del Papa alla scuola”
Ottima analisi, che condivido al cento per cento. Una domanda assillante, come docente e, prima ancora, come madre: come si fa? Con quali strumenti e pratiche concrete? La scuola deve ripensarsi. Proviamo a capire come fare e da dove partire. Grazie del confronto.