A Castellammare di Stabia (NA), nella notte tra il 2 e il 3 agosto, una ragazza poco più che maggiorenne è stata attirata in una cantina da un uomo di 26 anni conosciuto sui social. Prima Instagram, poi WhatsApp. La confidenza costruita attraverso le chat, le storie personali raccontate, persino quella di un fratello morto in un grave incidente stradale. Poi l’appuntamento e la trappola. Secondo la ricostruzione degli investigatori, la ragazza sarebbe stata sequestrata per ore, privata del telefono, picchiata, minacciata e sottoposta a violenze sessuali. L’uomo è stato arrestato ed è ora in carcere, accusato di violenza sessuale, lesioni personali e sequestro di persona pluriaggravati.
È una storia atroce che ci pone davanti a tante responsabilità. La più importante è che nella valanga di commenti che leggo sulla violenza contro le donne, parliamo poco dei rischi degli incontri con sconosciuti sui social dimenticando che una persona conosciuta attraverso uno schermo non è necessariamente la persona che ci ha raccontato di essere. Il mondo virtuale che opera nel digitale è molto più pericoloso di quello che sta fuori la porta di casa. Eppure noi genitori continuiamo ad ignorare il pericolo reale. Controlliamo a che ora rientrano, con chi escono, dove vanno, chi frequentano. E magari non ci accorgiamo che escono di casa ogni giorno senza muoversi dalla loro stanza.
Il mondo digitale è un mondo parallelo, spesso edulcorato, nel quale una persona può apparire familiare dopo poche settimane di messaggi, può raccontare dolori e fragilità, mandare fotografie, condividere confidenze, costruire un’intimità che nella vita reale avrebbe bisogno di mesi o anni. È un mondo nel quale l’estraneo può diventare “amico” senza esserlo mai veramente. E noi adulti, qualche volta, siamo gli ultimi ad accorgercene.
Non basta dire ai nostri figli: «Non parlare con gli sconosciuti». È una frase appartenente a un mondo che non esiste più. O meglio, esiste ancora, ma oggi lo sconosciuto non è necessariamente quello che incontriamo per strada. Può essere quello che ci scrive ogni sera. Quello che sa come chiamarci. Quello che conosce i nostri gusti. Quello che ci racconta una storia triste e sa esattamente quando farci sentire speciali.
Dobbiamo vigilare, che non significa trasformare la casa in una caserma, né spiare ogni conversazione dei nostri figli. Significa sapere che cosa fanno online, quali piattaforme frequentano, quali persone incontrano, quali linguaggi usano. Significa avere il coraggio di entrare, con rispetto, anche in quella parte della loro vita che spesso consideriamo “privata” soltanto perché si svolge dietro uno schermo.
Se noi non entriamo in quel mondo, non è detto che nessuno ci entri. Qualcun altro potrebbe farlo e non sempre con buone intenzioni. La vicenda di Castellammare ci consegna una inquietante verità: la violenza può essere preceduta da una relazione apparentemente normale. Il racconto dell’uomo sul fratello morto, le confidenze scambiate, l’avvicinamento progressivo. Prima della cantina c’è stata una chat. Prima della paura c’è stata una fiducia. È proprio questo passaggio che dobbiamo imparare a guardare. Non dobbiamo crescere figli terrorizzati dal mondo. Dobbiamo crescere figli capaci di riconoscere il male anche quando non si presenta con la faccia del male.
E forse dobbiamo anche smettere di chiamare “virtuale” questo mondo perché virtuali sono gli schermi, non le conseguenze che nel caso di questa ragazza di 18 anni saranno difficilmente cancellabili. «Fammi entrare nel tuo mondo. Voglio sapere chi incontri quando io non ti vedo». Questa dovrebbe essere una preoccupazione reale da inserirsi chiaramente in un rapporto di fiducia e di dialogo che faticosamente dobbiamo costruire. Ripeto l’aggettivo “faticosamente” perché mi accorgo che i genitori soffrono oggi soprattutto per il fatto che i figli sembrano impenetrabili e spesso abbiamo paura di rompere con pazienza quella barriera. Forse perché scopriremo cose che non siamo in grado di affrontare da adulti.
Ci ripetiamo che devono fare esperienza, irrobustirsi, ma a quale prezzo siamo disposti a vendere la felicità dei nostri figli? Non tutto è oro quello che luccica e spesso quando ne prendiamo consapevolezza è sempre troppo tardi.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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