22 Settembre 2026

Nove giorni per imparare a fidarsi

Oggi, 22 settembre, comincia la novena in preparazione alla festa di santa Teresa di Gesù Bambino e con grande onestà mi sono chiesta: ma ha ancora senso, oggi, fare una novena? La domanda non è così ingenua come potrebbe sembrare. Viviamo in un tempo nel quale nove giorni sembrano un’eternità. Siamo abituati alla risposta immediata, alla consegna in giornata, al messaggio che deve essere visualizzato subito, alla soluzione che deve arrivare possibilmente prima ancora di aver formulato bene il problema. E allora nove giorni di preghiera per la stessa intenzione possono apparire come qualcosa di antico, quasi appartenente a un mondo nel quale le persone avevano più tempo e meno fretta.

Eppure forse è proprio per questo che una novena può diventare oggi una piccola rivoluzione. Nove giorni non servono a convincere Dio. Non sono una formula per piegare la sua volontà alla nostra, né un modo per ottenere automaticamente ciò che chiediamo. Se fosse così, la preghiera diventerebbe una specie di contratto: io recito, Dio concede. Ma il Vangelo ci insegna qualcosa di molto diverso. Gesù dice: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto». Non dice di smettere di chiedere quando la porta non si apre al primo colpo. Ci insegna piuttosto la perseveranza di chi continua a bussare perché sa che dall’altra parte c’è un Padre. La novena, in fondo, è questo: tornare ogni giorno davanti alla stessa porta, con la stessa fiducia, anche quando non vediamo ancora nulla.

I santi Luigi e Zelia Martin, genitori della piccola Teresa, lo sapevano bene. Nella loro famiglia la preghiera non era separata dalla vita concreta, dalle malattie, dalle preoccupazioni, dai lutti, dai problemi dei figli. La loro fede non li teneva lontani dalla realtà, li spingeva a portare quella realtà davanti a Dio. Il Santuario di Alençon ricorda quanto la preghiera, personale e familiare, occupasse un posto importante nella loro vita e nella formazione dei figli. E pregavano anche con quella fiducia semplice che oggi rischiamo di perdere. Facevano novene per intenzioni precise, anche per la guarigione. Quando Teresa, ancora bambina, si ammalò gravemente, nel maggio del 1883 Luigi Martin fece celebrare una novena di Messe a Notre-Dame des Victoires. Teresa raccontò poi di essere stata guarita attraverso quello che chiamò il sorriso della Vergine Maria. È bello pensare a quel padre che, davanti alla malattia della figlia, non si limita a dire che bisogna avere pazienza, né si arrende all’impotenza. Fa quello che può fare un padre credente: porta sua figlia davanti a Dio. E lo fa con insistenza, con una novena.

Questo particolare mi commuove perché ci restituisce una famiglia santa molto meno lontana dalle nostre case di quanto immaginiamo. Una famiglia che pregava quando qualcuno stava male, quando c’era bisogno di una conversione, quando il dolore sembrava troppo grande, quando non c’era una soluzione da mettere in agenda. Non avevano una fede che cancellava le domande: avevano una fede che permetteva loro di consegnarle. Pregare per nove giorni la stessa preghiera significa dunque accettare che non siamo noi a stabilire i tempi di Dio. Significa sottrarci alla tentazione di pensare che, se una cosa non accade subito, allora Dio non ci ha ascoltati. La preghiera cristiana non è un telecomando nelle mani dell’uomo, è una relazione. E una relazione ha bisogno di tempo, di fedeltà, di silenzio, persino di attese.

Allora una novena è ancora terribilmente attuale perché ci insegna qualcosa che la nostra epoca ha quasi dimenticato: che non tutto deve accadere immediatamente e che non tutto ciò che chiediamo deve essere ottenuto secondo i nostri tempi e le nostre misure. Possiamo chiedere la guarigione di una persona amata, la conversione di un figlio, la pace in una famiglia, la liberazione da una sofferenza, un lavoro, una grazia che ci sembra impossibile. Possiamo chiedere persino un miracolo. La fede non ci chiede di ridurre i nostri desideri per paura di disturbare Dio. Ci chiede di presentarli con la libertà dei figli e, nello stesso tempo, di lasciare a Dio l’ultima parola. È questa la differenza tra la superstizione e la fede: la superstizione vuole controllare il mistero, la fede si affida al Mistero. Proviamo dunque a vivere questa novena non come una devozione da aggiungere alle tante cose che già facciamo, ma come nove giorni nei quali imparare nuovamente a fidarci di un Padre che può cambiare il cuore con cui guardiamo ciò che stiamo vivendo. E questa è una grazia immensa.



Il Caffè sospeso...
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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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