19 Settembre 2026

La stanza accanto

Ho letto su Aleteia francese la storia di Penelope e di suo padre Arnaud Ducoin. L’ho riletta più volte, con quella sensazione che certe storie lasciano addosso: il desiderio di voltare pagina e, insieme, la consapevolezza che non possiamo farlo troppo in fretta. Penelope aveva 18 anni quando si è tolta la vita, il 29 febbraio 2024. Era stata una bambina brillante, sportiva, piena di amici. Poi, intorno ai quindici anni, qualcosa aveva cominciato a spezzarsi. L’autolesionismo, l’anoressia, i tentativi di suicidio. Gli specialisti, le cure, l’attenzione di una famiglia che si descrive come un’oasi di tenerezza. Eppure c’era una stanza nella quale i genitori non riuscivano a entrare: quella dello smartphone.

Soltanto dopo la morte della figlia, entrando nel suo computer, Arnaud e Géraldine hanno scoperto decine di contenuti su TikTok che parlavano di morte, autolesionismo e suicidio, fino ad arrivare a mostrare modalità concrete per togliersi la vita. Il padre usa una frase che mi sembra importante: «TikTok non ha ucciso mia figlia. Ma ha facilitato le condizioni della sua morte».

Non spetta a me stabilire responsabilità giudiziarie, né trasformare una tragedia familiare in una sentenza contro una piattaforma. Ma una domanda, quella sì, dobbiamo avere il coraggio di porcela: che cosa succede ai nostri figli quando entrano ogni giorno, per ore, in un mondo digitale che noi adulti non vediamo? Noi pensiamo di sapere cosa fanno i nostri figli perché li vediamo con un telefono in mano. Sappiamo che sono in camera, che stanno «guardando TikTok», che stanno chattando. Ma sappiamo davvero con chi parlano? Che cosa guardano? Quali parole cercano? Quali video vengono loro proposti? Quali persone incontrano? Quali pensieri, paure, ossessioni vengono continuamente rimandati loro davanti agli occhi?

I social non sono semplicemente luoghi nei quali ciascuno sceglie liberamente cosa vedere. Gli algoritmi selezionano e ripropongono contenuti sulla base di ciò che cattura l’attenzione. Se un ragazzo vulnerabile si ferma su un contenuto legato all’anoressia, all’autolesionismo, alla morte, può essere esposto ad altri contenuti dello stesso genere. È il meccanismo della spirale: ciò che inizialmente si guarda per curiosità può diventare il mondo nel quale ci si ritrova a vivere.

Non possiamo chiamare tutto questo semplicemente «libertà» e non possiamo nemmeno cavarcela dicendo che «i ragazzi sono più tecnologici di noi». Saper usare uno smartphone non significa sapere difendersi da ciò che quello smartphone può offrire. Un quindicenne può essere abilissimo nell’utilizzare un’applicazione e contemporaneamente essere fragilissimo davanti a un contenuto, a una manipolazione, a un adulto sconosciuto, a una comunità virtuale che alimenta le sue paure.

Per questo la storia di Penelope riguarda anche noi. Riguarda i genitori che, qualche volta, consegnano uno smartphone per necessità, per tranquillità, perché «ormai ce l’hanno tutti». Riguarda noi adulti che abbiamo lasciato entrare nelle case uno strumento potentissimo senza aver ancora imparato davvero a governarlo. Riguarda una società che discute molto di libertà digitale e troppo poco della libertà concreta di un adolescente di sottrarsi a meccanismi che ne catturano l’attenzione e possono amplificare le sue fragilità. E riguarda soprattutto una domanda che dovremmo farci prima che sia troppo tardi: conosciamo il mondo nel quale abitano i nostri figli quando noi non ci siamo?

Non basta chiedere «com’è andata oggi?». Forse dobbiamo imparare a chiederci anche cosa portano dentro i nostri figli senza trasformare la famiglia in una polizia, ma nemmeno rinunciando al compito di vigilare e di accompagnare perché educarli significa amarli abbastanza da sapere che non sono invulnerabili.

Dopo la morte di Penelope, uno dei figli della famiglia ha chiesto di essere battezzato. Arnaud racconta che la fede è diventata per loro un aiuto quotidiano in mezzo al dolore. Quando una famiglia attraversa una notte così, scopre che nessuna tecnologia può rispondere alle domande ultime. C’è un dolore che non si risolve con un algoritmo, una perdita che nessun contenuto può riempire, una vita che nessun «mi piace» può salvare. Solo la fede può dare un senso. Torniamo ad occupare, come adulti, il posto che ci spetta: esserci. Essere nella stanza accanto ma anche dentro la vita dei nostri figli prima che il mondo digitale diventi per loro più familiare della loro stessa casa.



Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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